I salesiani, le comunità educative ed il sistema preventivo di Don Bosco come oggetto di tesi.
La messa alla prova, il più innovativo tra i sistemi di reinserimento sociale per i minorenni, è l’argomento focus della tesi di laurea discussa qualche giorno fa dalla nostra tirocinante Giusy, che vogliamo ringraziare, con questo articolo per aver riportato la sua esperienza presso i Salesiani.

Giusy, ormai da diversi mesi, infatti, opera come tirocinante all’interno della comunità educativa “16 Agosto” di Bari, offrendo il suo prezioso contributo, mettendo a disposizione le sue conoscenze per il bene dei nostri ragazzi, acquisendo al contempo esperienza per quel che sarà il suo futuro; esperienza che ha voluto condividere, nel giorno della sua laurea, con la commissione esaminatrice.
Durante la discussione della sua tesi, ha avuto modo di spiegare ai docenti quali sono le fasi che conducono il minore, entrato nel circuito penale, ad optare per il percorso di messa alla prova, quali sono i soggetti coinvolti e le dinamiche che portano all’applicazione del suddetto istituto. Nello specifico, si è inoltre soffermata sul lavoro svolto presso la nostra comunità dagli educatori, sulla quotidianità degli ospiti e sul tipo di attività svolte durante il percorso che porterà all’estinzione del reato.
Grazie a Giusy, si è evinto quanto sia tutt’ora attuale il sistema preventivo di Don Bosco e quanto la comunità salesiana sia attiva nel sociale sul territorio pugliese a 360 gradi. Le nostre comunità, operando in maniera coadiuvata con i servizi sociali, offrono ai minori accolti non solo un percorso riabilitativo per un futuro migliore, ma un sistema valoriale basato sull’amorevolezza tanto cara a San Giovanni Bosco, dando al percorso riabilitativo un valore aggiunto.
Ringraziamo ancora la nostra Giusy per la considerazione avuta nei nostri confronti, con l’augurio di un prospero futuro lavorativo.
Lorenzo Ursi- Educatore della Comunità “16 Agosto” di Bari

Dalla festa di don Bosco, la Casa canonica è diventata casa di accoglienza per tre giovani migranti. Succede a Torre Annunziata e la canonica in questione è quella della parrocchia Santa Maria del Carmelo, affidata ai salesiani presenti nella città oplontina fin dal 1929 e divenuti, nel corso degli anni, un punto di riferimento significativo per tantissimi giovani della città e per tutto l’ambiente cittadino, dal punto di vista spirituale, ma anche civile e sociale. Quest’idea è nata nel settembre 2015, dopo aver ascoltato le parole di Papa Francesco: “Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere prossimi dei più piccoli e abbandonati. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario ospiti una famiglia”. Da queste parole, abbiamo trovato l’ispirazione per il nostro progetto. Vogliamo rispondere concretamente all’appello del Papa, in continuità con quanto già cerchiamo di fare quotidianamente: accogliere gli ultimi, fare attenzione alla marginalità attraverso l’oratorio e la casa famiglia. Qui in parrocchia avevamo la casa canonica disabitata, e quindi abbiamo pensato di arredarla per aprirla a chi ha bisogno. Così l’abbiamo ribattezzata “Casa del Carmelo” ed é iniziata quest’avventura. Insieme alla comunità parrocchiale, abbiamo voluto rispondere fattivamente. Proprio la reazione dei parrocchiani ci ha un po’ stupito, non ci aspettavo tanta generosità. All’inizio eravamo un po’ scettici, ci sembrava un obiettivo troppo difficile da realizzare. Quando abbiamo deciso di usare la casa canonica per ospitare chi ha necessità, c’era l’urgenza di fare dei piccoli lavori nell’abitazione e arredare l’appartamento. Ora incredibilmente siamo in una situazione per la quale abbiamo più mobili dello stretto necessario, le persone hanno risposto con immenso altruismo. Siamo un territorio dotato di grande spirito di accoglienza. Ad oggi non sappiamo per quanto tempo si fermeranno i tre ragazzi. L’alloggio non è certamente pensato come una dimora fissa, ma come luogo per rispondere in modo immediato almeno ai bisogni primari o di chi è stato costretto a lasciare il proprio paese o magari a ragazzi a rischio, che divenuti maggiorenni, non possono più stare in Casa famiglia e non hanno ancora un posto dove andare. Siamo molto contenti di poter dire, che grazie al nostro aiuto, i tre ragazzi accolti, hanno già iniziato a lavorare presso alcuni ristoranti locali. Questo permette loro di cominciare a integrarsi nel nostro territorio. Una storia inizia con don Bosco e che continua .
