E tu che tipo di società vuoi costruire?
La Giornata della Legalità rappresenta molto più di una semplice commemorazione: è un’occasione per fermarsi a riflettere sul valore della giustizia, sull’importanza del rispetto delle regole e sull’impegno civile di ciascuno di noi. Ricordare le vittime delle mafie, come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli uomini e le donne che hanno sacrificato la propria vita per la verità, ci impone di non rimanere indifferenti di fronte alle ingiustizie.

La legalità non è solo un concetto astratto, ma un comportamento quotidiano: si costruisce nel rispetto degli altri, nel rifiuto della corruzione, nell’onestà dei piccoli gesti. È un seme che cresce con l’educazione, la responsabilità ed il coraggio di scegliere il bene anche quando è la strada più difficile.
In questa giornata, siamo chiamati a chiederci che tipo di società vogliamo costruire: una società giusta, che nasce da cittadini consapevoli che scelgono di non voltarsi dall’altra parte, che credono nella forza della verità, nel potere delle istituzioni e nella vulnerabilità delle mafie, una vulnerabilità che dipende da noi e dalle nostre scelte quotidiane.

Sotto questi spunti di riflessione, i ragazzi della comunità “16 Agosto” di Bari, hanno svolto una attività di gruppo: partendo dalla visione di alcuni video sulle mafie, sulle dinamiche carcerarie, sulle regole formali e non che vigono nelle carceri ed ascoltando infine la testimonianza di rinascita di Francesco Ghelardini, ex braccio destro di Renato Vallanzasca, hanno potuto dar luogo ad una riflessione costruttiva sull’importanza del rispetto della legge e del prossimo, sulle scelte di vita quotidiane e sulla possibilità che la vita ci offre di poter voltare pagina e di poter provare a diventare, giorno dopo giorno, gesto dopo gesto, delle persone migliori.
Lorenzo Ursi
Educatore della comunità “16 Agosto” di Bari.

Dalla festa di don Bosco, la Casa canonica è diventata casa di accoglienza per tre giovani migranti. Succede a Torre Annunziata e la canonica in questione è quella della parrocchia Santa Maria del Carmelo, affidata ai salesiani presenti nella città oplontina fin dal 1929 e divenuti, nel corso degli anni, un punto di riferimento significativo per tantissimi giovani della città e per tutto l’ambiente cittadino, dal punto di vista spirituale, ma anche civile e sociale. Quest’idea è nata nel settembre 2015, dopo aver ascoltato le parole di Papa Francesco: “Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere prossimi dei più piccoli e abbandonati. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario ospiti una famiglia”. Da queste parole, abbiamo trovato l’ispirazione per il nostro progetto. Vogliamo rispondere concretamente all’appello del Papa, in continuità con quanto già cerchiamo di fare quotidianamente: accogliere gli ultimi, fare attenzione alla marginalità attraverso l’oratorio e la casa famiglia. Qui in parrocchia avevamo la casa canonica disabitata, e quindi abbiamo pensato di arredarla per aprirla a chi ha bisogno. Così l’abbiamo ribattezzata “Casa del Carmelo” ed é iniziata quest’avventura. Insieme alla comunità parrocchiale, abbiamo voluto rispondere fattivamente. Proprio la reazione dei parrocchiani ci ha un po’ stupito, non ci aspettavo tanta generosità. All’inizio eravamo un po’ scettici, ci sembrava un obiettivo troppo difficile da realizzare. Quando abbiamo deciso di usare la casa canonica per ospitare chi ha necessità, c’era l’urgenza di fare dei piccoli lavori nell’abitazione e arredare l’appartamento. Ora incredibilmente siamo in una situazione per la quale abbiamo più mobili dello stretto necessario, le persone hanno risposto con immenso altruismo. Siamo un territorio dotato di grande spirito di accoglienza. Ad oggi non sappiamo per quanto tempo si fermeranno i tre ragazzi. L’alloggio non è certamente pensato come una dimora fissa, ma come luogo per rispondere in modo immediato almeno ai bisogni primari o di chi è stato costretto a lasciare il proprio paese o magari a ragazzi a rischio, che divenuti maggiorenni, non possono più stare in Casa famiglia e non hanno ancora un posto dove andare. Siamo molto contenti di poter dire, che grazie al nostro aiuto, i tre ragazzi accolti, hanno già iniziato a lavorare presso alcuni ristoranti locali. Questo permette loro di cominciare a integrarsi nel nostro territorio. Una storia inizia con don Bosco e che continua .
