È proprio vero, tutte le cose belle hanno un inizio ed una fine. Oggi si conclude una splendida, quanto significativa avventura, quella del nostro direttore Don Francesco alla guida del Redentore di Bari da ben sei anni.

Dall’ormai lontano 2010, anno in cui ha ricevuto a Bari il suo primo incarico, Don Francesco ha rappresentato il punto di riferimento per famiglie del popolare quartiere libertà, diventando successivamente, nel 2015, il direttore di quel che oggi si può definire un centro polifunzionale: il Redentore.
Sempre vicino ai più fragili, con premura ed amorevolezza, ha accompagnato il percorso di crescita dei ragazzi, coinvolgendo loro in attività ludiche e formative volte a tenerli lontani dalle pericolose situazioni di devianza e marginalità che caratterizzano le aree rionali più difficili.
Rimodellando su misura gli insegnamenti di Don Bosco e del suo sistema preventivo, che caratterizza il fulcro dell’azione salesiana nel mondo, diverse sono state le iniziative realizzate durante il suo incarico qui a Bari, tra le quali ricordiamo: il centro socioeducativo diurno, il social pub confluito nell’Ethnic cook di Ana Estrela, il potenziamento della formazione professionale del CNOS, l’attenzione per la comunità educativa “16 Agosto” e per i suoi ospiti, la costante lotta alle mafie e all’emarginazione, la biblioteca del Redentore, la vigilanza davanti alle scuole medie, i centri estivi e l’estate ragazzi.
Oggi la nostra città perde un tassello importante, una linea guida, una colonna portante della realtà di questo complesso e variegato quartiere e tutti noi ci auspichiamo che chi ricoprirà il suo ruolo possa far tesoro del suo operato e portare avanti tutto ciò che di buono è stato costruito.
A noi non resta che salutare a malincuore il nostro Don Francesco e augurargli il meglio per il nuovo incarico di presidente dei salesiani per il sociale che lo attende a Roma.
Lorenzo Ursi, Educatore Comunità educativa “16 Agosto” di Bari

Dalla festa di don Bosco, la Casa canonica è diventata casa di accoglienza per tre giovani migranti. Succede a Torre Annunziata e la canonica in questione è quella della parrocchia Santa Maria del Carmelo, affidata ai salesiani presenti nella città oplontina fin dal 1929 e divenuti, nel corso degli anni, un punto di riferimento significativo per tantissimi giovani della città e per tutto l’ambiente cittadino, dal punto di vista spirituale, ma anche civile e sociale. Quest’idea è nata nel settembre 2015, dopo aver ascoltato le parole di Papa Francesco: “Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere prossimi dei più piccoli e abbandonati. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario ospiti una famiglia”. Da queste parole, abbiamo trovato l’ispirazione per il nostro progetto. Vogliamo rispondere concretamente all’appello del Papa, in continuità con quanto già cerchiamo di fare quotidianamente: accogliere gli ultimi, fare attenzione alla marginalità attraverso l’oratorio e la casa famiglia. Qui in parrocchia avevamo la casa canonica disabitata, e quindi abbiamo pensato di arredarla per aprirla a chi ha bisogno. Così l’abbiamo ribattezzata “Casa del Carmelo” ed é iniziata quest’avventura. Insieme alla comunità parrocchiale, abbiamo voluto rispondere fattivamente. Proprio la reazione dei parrocchiani ci ha un po’ stupito, non ci aspettavo tanta generosità. All’inizio eravamo un po’ scettici, ci sembrava un obiettivo troppo difficile da realizzare. Quando abbiamo deciso di usare la casa canonica per ospitare chi ha necessità, c’era l’urgenza di fare dei piccoli lavori nell’abitazione e arredare l’appartamento. Ora incredibilmente siamo in una situazione per la quale abbiamo più mobili dello stretto necessario, le persone hanno risposto con immenso altruismo. Siamo un territorio dotato di grande spirito di accoglienza. Ad oggi non sappiamo per quanto tempo si fermeranno i tre ragazzi. L’alloggio non è certamente pensato come una dimora fissa, ma come luogo per rispondere in modo immediato almeno ai bisogni primari o di chi è stato costretto a lasciare il proprio paese o magari a ragazzi a rischio, che divenuti maggiorenni, non possono più stare in Casa famiglia e non hanno ancora un posto dove andare. Siamo molto contenti di poter dire, che grazie al nostro aiuto, i tre ragazzi accolti, hanno già iniziato a lavorare presso alcuni ristoranti locali. Questo permette loro di cominciare a integrarsi nel nostro territorio. Una storia inizia con don Bosco e che continua .
