
Nazmul un giorno d’autunno del 2020 dopo un estenuante viaggio, attraversando la Libia e il Mediterraneo, approda in Sicilia e viene accolto nella comunità “Casa Pinardi” di Caserta. Con sé non ha nulla, solo una busta di plastica in cui c’è una maglietta consumata. Sta in silenzio e sorride, ma nei suoi occhi neri come la pece si legge la fatica di un’avventura intrapresa alla ricerca di un futuro migliore, lontano da violenza e povertà. Sì, perché il Bangladesh è un Paese in cui la miseria dilaga e le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno.
Con il quotidiano impegno degli operatori e il supporto degli altri ragazzi accolti, pian piano Nazmul mette da parte la paura e la diffidenza che avevano contraddistinto il primo mese vissuto in comunità. Comincia la scuola di alfabetizzazione per imparare l’Italiano, partecipa ai tornei e alle altre attività organizzate dall’equipe, in Oratorio fa amicizia e pratica sport, le uscite serali diventano l’occasione per conoscere
Oggi Nazmul, diventato un ragazzo autonomo, ci ha salutato con un pizzico di tristezza ma con un’altra luce in quegli occhi neri come la pece, frutto della consapevolezza di poter cominciare finalmente una nuova vita qui in Italia. Dal 1914 la Chiesa cattolica celebra la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato per ricordare l’importanza dell’incontro tra culture diverse come fondamentale momento di crescita e arricchimento sociale e religioso. Riconoscendo il valore profondo dell’accoglienza, in particolare nei confronti di chi versa in condizioni di difficoltà e abbandono, abbiamo deciso di raccontare la storia di un giovane bengalese che ha condiviso il suo percorso di vita con gli educatori e i ragazzi di “Casa Pinardi” di Caserta .
«Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”» (Papa Francesco)
Gianfrancesco Coppo, Educatore Comunità alloggio “Casa Pinardi”



Dalla festa di don Bosco, la Casa canonica è diventata casa di accoglienza per tre giovani migranti. Succede a Torre Annunziata e la canonica in questione è quella della parrocchia Santa Maria del Carmelo, affidata ai salesiani presenti nella città oplontina fin dal 1929 e divenuti, nel corso degli anni, un punto di riferimento significativo per tantissimi giovani della città e per tutto l’ambiente cittadino, dal punto di vista spirituale, ma anche civile e sociale. Quest’idea è nata nel settembre 2015, dopo aver ascoltato le parole di Papa Francesco: “Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere prossimi dei più piccoli e abbandonati. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario ospiti una famiglia”. Da queste parole, abbiamo trovato l’ispirazione per il nostro progetto. Vogliamo rispondere concretamente all’appello del Papa, in continuità con quanto già cerchiamo di fare quotidianamente: accogliere gli ultimi, fare attenzione alla marginalità attraverso l’oratorio e la casa famiglia. Qui in parrocchia avevamo la casa canonica disabitata, e quindi abbiamo pensato di arredarla per aprirla a chi ha bisogno. Così l’abbiamo ribattezzata “Casa del Carmelo” ed é iniziata quest’avventura. Insieme alla comunità parrocchiale, abbiamo voluto rispondere fattivamente. Proprio la reazione dei parrocchiani ci ha un po’ stupito, non ci aspettavo tanta generosità. All’inizio eravamo un po’ scettici, ci sembrava un obiettivo troppo difficile da realizzare. Quando abbiamo deciso di usare la casa canonica per ospitare chi ha necessità, c’era l’urgenza di fare dei piccoli lavori nell’abitazione e arredare l’appartamento. Ora incredibilmente siamo in una situazione per la quale abbiamo più mobili dello stretto necessario, le persone hanno risposto con immenso altruismo. Siamo un territorio dotato di grande spirito di accoglienza. Ad oggi non sappiamo per quanto tempo si fermeranno i tre ragazzi. L’alloggio non è certamente pensato come una dimora fissa, ma come luogo per rispondere in modo immediato almeno ai bisogni primari o di chi è stato costretto a lasciare il proprio paese o magari a ragazzi a rischio, che divenuti maggiorenni, non possono più stare in Casa famiglia e non hanno ancora un posto dove andare. Siamo molto contenti di poter dire, che grazie al nostro aiuto, i tre ragazzi accolti, hanno già iniziato a lavorare presso alcuni ristoranti locali. Questo permette loro di cominciare a integrarsi nel nostro territorio. Una storia inizia con don Bosco e che continua .
