Nella giornata conclusiva del Campus sulla legalità è stato chiesto ad uno dei partecipanti, minore accolto nella Comunità “Il Sogno”, di raccontare la propria esperienza, con l’obiettivo di sensibilizzare giovani in difficoltà, a temi importanti quali la legalità, la giustizia e la lotta alla camorra. L’intervistato ha ripercorso con noi i quattro giorni di campus facendo cenno ai momenti più significativi della sua esperienza.
“Dal 18 al 21 marzo ho partecipato ad un campus organizzato dall’associazione “Libera”, in collaborazione con alcune educatrici impiegate al Palazzo di Giustizia, e altri ragazzi provenienti da tutta Italia. Ho trascorso giorni molto intensi ed ho avuto l’opportunità di visitare diversi luoghi e ascoltare tante testimonianze.
I posti in cui siamo andati e le persone che abbiamo incontrato non sono state scelte a caso; tutte erano collegate, in modo diretto o trasversale, alla camorra, principale tema di questo percorso.
Il campus è iniziato venerdì sera all’ Istituto Don Bosco di Napoli con una cena per tutti i partecipanti. Dopo abbiamo incontrato un familiare di una vittima innocente di camorra che ci ha parlato della sua storia e del dolore causato dalla perdita di una persona cara.
Al mattino presto del giorno successivo, dal Don Bosco un pullman ci ha accompagnati a Casal Di Principe, luogo già noto in contesto criminale. Siamo stati in una struttura, che oggi ospita un’associazione per la legalità ma che un tempo era dimora di un criminale successivamente confiscatagli dallo Stato. Lì abbiamo incontrato Don Luigi Ciotti, presidente di “Libera”, che ci ha parlato dei principali problemi che la criminalità ha creato in questi anni.
All’ora di pranzo siamo andati a mangiare in un ristorante, anch’esso precedentemente sottratto dalle mani di malavitosi. Nel pomeriggio abbiamo incontrato un gruppo di scout del posto e poi ci siamo diretti verso la sede dell’associazione “Libera” dove abbiamo issato le bandiere che sarebbero servite ad un’attività prevista per il lunedì. La giornata si è conclusa con la cena in Istituto e un incontro con il garante dei detenuti che ci ha raccontato la sua esperienza, parlandoci di Emanuele Sibillo, un ragazzo della nostra età che aveva scelto la strada sbagliata, scelta che in seguito purtroppo gli è costata la vita.
Il giorno dopo invece, è iniziato con una visita al quartiere Scampia, ed è proseguito con un momento ricreativo in un campetto nei dintorni che ha ospitato un incontro di calcio. Finita la partita siamo andati a mangiare in un ristorante locale. Il pomeriggio abbiamo incontrato una persona del posto che ci ha mostrato più nel dettaglio il quartiere, un tempo degradato e adesso invece pieno di vita, dotato di parco giochi, con giostre per bambini e tanto verde.
La sera siamo andati a mangiare in una pizzeria di via Foria, e dopo aver trascorso una divertente serata tutti insieme siamo ritornati all’ Istituto Don Bosco per una notte di meritato riposo.
L’ultimo giorno abbiamo partecipato ad un corteo partito da piazza Garibaldi che si è concluso a piazza Plebiscito; lungo tutto il percorso abbiamo camminato portando in evidenza uno striscione, come segno di pace, recante il logo dell’Associazione “Libera”. Ad attenderci a piazza Plebiscito c’era Don Luigi Ciotti, che ci ha parlato e ci ha incoraggiato a vivere di principi e valori sani, sempre lontani da ogni tipo di criminalità.
Al termine della manifestazione, abbiamo salutato le educatrici che erano state al nostro fianco in ogni momento, e i nostri nuovi compagni poiché molti di loro avrebbero dovuto affrontare un lungo viaggio di ritorno verso casa.
Sono grato di aver avuto l’opportunità di partecipare a questa bellissima iniziativa, che mi ha aperto gli occhi sulle possibilità che ci offre la vita, e mi ha dato modo di capire che ogni scelta porta con sé delle conseguenze, quindi è bene fare quelle giuste sin da ragazzi”.




Dalla festa di don Bosco, la Casa canonica è diventata casa di accoglienza per tre giovani migranti. Succede a Torre Annunziata e la canonica in questione è quella della parrocchia Santa Maria del Carmelo, affidata ai salesiani presenti nella città oplontina fin dal 1929 e divenuti, nel corso degli anni, un punto di riferimento significativo per tantissimi giovani della città e per tutto l’ambiente cittadino, dal punto di vista spirituale, ma anche civile e sociale. Quest’idea è nata nel settembre 2015, dopo aver ascoltato le parole di Papa Francesco: “Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere prossimi dei più piccoli e abbandonati. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario ospiti una famiglia”. Da queste parole, abbiamo trovato l’ispirazione per il nostro progetto. Vogliamo rispondere concretamente all’appello del Papa, in continuità con quanto già cerchiamo di fare quotidianamente: accogliere gli ultimi, fare attenzione alla marginalità attraverso l’oratorio e la casa famiglia. Qui in parrocchia avevamo la casa canonica disabitata, e quindi abbiamo pensato di arredarla per aprirla a chi ha bisogno. Così l’abbiamo ribattezzata “Casa del Carmelo” ed é iniziata quest’avventura. Insieme alla comunità parrocchiale, abbiamo voluto rispondere fattivamente. Proprio la reazione dei parrocchiani ci ha un po’ stupito, non ci aspettavo tanta generosità. All’inizio eravamo un po’ scettici, ci sembrava un obiettivo troppo difficile da realizzare. Quando abbiamo deciso di usare la casa canonica per ospitare chi ha necessità, c’era l’urgenza di fare dei piccoli lavori nell’abitazione e arredare l’appartamento. Ora incredibilmente siamo in una situazione per la quale abbiamo più mobili dello stretto necessario, le persone hanno risposto con immenso altruismo. Siamo un territorio dotato di grande spirito di accoglienza. Ad oggi non sappiamo per quanto tempo si fermeranno i tre ragazzi. L’alloggio non è certamente pensato come una dimora fissa, ma come luogo per rispondere in modo immediato almeno ai bisogni primari o di chi è stato costretto a lasciare il proprio paese o magari a ragazzi a rischio, che divenuti maggiorenni, non possono più stare in Casa famiglia e non hanno ancora un posto dove andare. Siamo molto contenti di poter dire, che grazie al nostro aiuto, i tre ragazzi accolti, hanno già iniziato a lavorare presso alcuni ristoranti locali. Questo permette loro di cominciare a integrarsi nel nostro territorio. Una storia inizia con don Bosco e che continua .
