Presente all’evento “DisarmiAmo la città”, tenutosi oggi ai Salesiani di Torre Annunziata in occasione della giornata della legalità, il sindaco della città oplontina, Giosuè Starita, ci ha rilasciato una breve intervista:
Sindaco, le sue impressioni sull’incontro-confronto con il colonnello Petti:
“L’incontro di oggi dimostra che i ragazzi hanno una velocità di informazione molto più veloce grazie ai mezzi di comunicazione che hanno velocizzato tutto e questo fa sì che anche chi ha avuto esperienze negative abbia voglia di crescere e di confrontarsi. Tutto questo dimostra che ci sono strutture importanti, come appunto la struttura Salesiani che storicamente dà un contributo importante affinché certi valori si affermino. Inoltre la presenza del colonnello dimostra la voglia di confrontarsi e un grande senso di umanità che può migliorare il percorso di alcuni ragazzi”.
Lei prima ha parlato di cultura, gran parte dei minori che compiono reati non ha un’istruzione adeguata: in che modo si possono spingere i giovani allo studio?
“La scolarizzazione è fondamentale, ma non si può imporre solo con i mezzi coercitivi, bisogna far capire che il sapere è fondamentale, è il primo elemento per non essere schiavi. E’ attuabile con il confronto, con la sensibilizzazione, con le rete di strutture sociali che lavorano e mettono in campo qualcosa di sempre più forte”.
Lei che è Sindaco di Torre Annunziata da alcuni anni, com’è la situazione dei crimini compiuti dai minorenni? In evoluzione o in involuzione?
“C’è ancora molto da lavorare, ma c’è un lavoro importante che sta iniziando a dare frutti importanti”.
Non solo lo studio, ai ragazzi servirebbe anche un lavoro…che non c’è:
“E’ vero che il lavoro non c’è, ma bisogna anche stimolare l’autoimprenditorialità, non si deve aspirare solo al posto fisso, il lavoro si crea, anche individualmente, in maniera associativa o cooperativistica. Si deve creare ricchezza non solo con i modelli tradizionali, la società è cambiata”.
In chiusura, sindaco, quindi la legalità a Torre non è un’utopia?
“Non è un’utopia, tutt’altro. Proprio qui ci sono stati tanti esempi di voglia di uscire fuori”.

Dalla festa di don Bosco, la Casa canonica è diventata casa di accoglienza per tre giovani migranti. Succede a Torre Annunziata e la canonica in questione è quella della parrocchia Santa Maria del Carmelo, affidata ai salesiani presenti nella città oplontina fin dal 1929 e divenuti, nel corso degli anni, un punto di riferimento significativo per tantissimi giovani della città e per tutto l’ambiente cittadino, dal punto di vista spirituale, ma anche civile e sociale. Quest’idea è nata nel settembre 2015, dopo aver ascoltato le parole di Papa Francesco: “Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere prossimi dei più piccoli e abbandonati. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario ospiti una famiglia”. Da queste parole, abbiamo trovato l’ispirazione per il nostro progetto. Vogliamo rispondere concretamente all’appello del Papa, in continuità con quanto già cerchiamo di fare quotidianamente: accogliere gli ultimi, fare attenzione alla marginalità attraverso l’oratorio e la casa famiglia. Qui in parrocchia avevamo la casa canonica disabitata, e quindi abbiamo pensato di arredarla per aprirla a chi ha bisogno. Così l’abbiamo ribattezzata “Casa del Carmelo” ed é iniziata quest’avventura. Insieme alla comunità parrocchiale, abbiamo voluto rispondere fattivamente. Proprio la reazione dei parrocchiani ci ha un po’ stupito, non ci aspettavo tanta generosità. All’inizio eravamo un po’ scettici, ci sembrava un obiettivo troppo difficile da realizzare. Quando abbiamo deciso di usare la casa canonica per ospitare chi ha necessità, c’era l’urgenza di fare dei piccoli lavori nell’abitazione e arredare l’appartamento. Ora incredibilmente siamo in una situazione per la quale abbiamo più mobili dello stretto necessario, le persone hanno risposto con immenso altruismo. Siamo un territorio dotato di grande spirito di accoglienza. Ad oggi non sappiamo per quanto tempo si fermeranno i tre ragazzi. L’alloggio non è certamente pensato come una dimora fissa, ma come luogo per rispondere in modo immediato almeno ai bisogni primari o di chi è stato costretto a lasciare il proprio paese o magari a ragazzi a rischio, che divenuti maggiorenni, non possono più stare in Casa famiglia e non hanno ancora un posto dove andare. Siamo molto contenti di poter dire, che grazie al nostro aiuto, i tre ragazzi accolti, hanno già iniziato a lavorare presso alcuni ristoranti locali. Questo permette loro di cominciare a integrarsi nel nostro territorio. Una storia inizia con don Bosco e che continua .
