Il 1° maggio ha origine nell’Ottocento: si tratta di una giornata di lotta condivisa internazionalmente dai lavoratori desiderosi di affermare i propri diritti senza condizionamenti sociali o geografici, con l’obiettivo di migliorare la propria condizione lavorativa e di auspicare al progresso sociale. Si tratta dunque di una festa che ha una connotazione politica ben precisa, perché figlia delle lotte del movimento operaio e socialista.
Data l’importanza di tale ricorrenza, la nostra equipe ha deciso di onorare questo giorno offrendo ai ragazzi un momento ludico e di svago, nonchè di totale relax, all’insegna del verde e delle fantastiche iniziative che il Comune di Bari mette a disposizione dei propri cittadini.
Così, dopo aver provveduto alla preparazione del pranzo al sacco, bici al seguito, i nostri ragazzi, insieme all’educatore in turno, si sono diretti al Parco 2 Giugno che, per un giorno, si è trasformato in un villaggio caleidoscopico, nel quale trascorrere l’intera giornata di festa, tra realtà e immaginazione, lasciandosi trasportare da suoni e performance per grandi e piccini.
La manifestazione ha offerto molteplici proposte dislocate su buona parte dell’area del Parco barese. Per tutta la giornata si sono tenuti, infatti, concerti, dj set, un’area market con esposizione di dischi in vinile e libri, un’area ludica dedicata ai bambini, un contest di street art e food & beverage.
Prendere parte a questo evento è stato molto interessante e formativo per i nostri ragazzi. Spesso infatti, i contesti deprivati culturalmente di loro provenienza, impediscono di avere una visione completa di tutte le sfaccettature culturali, ambientali, ludiche e sociali che il territorio può offrire. Questo primo maggio, dunque, grazie alla nostra equipe ed ad un attento coordinamento, si è potuti uscire e mostrare loro il variegato mondo che si manifesta al di fuori delle periferie degradate, teatro dei loro sbagli pregressi.
Il momento ludico-ricreativo, non è ovviamente stato fine a se stesso. Ai ragazzi è stato spiegato il significato di questa festa, nonché l’importanza del lavoro come mezzo di riscatto sociale e personale.
Lorenzo Ursi – Educatore Comunità 16 Agosto di Bari



Dalla festa di don Bosco, la Casa canonica è diventata casa di accoglienza per tre giovani migranti. Succede a Torre Annunziata e la canonica in questione è quella della parrocchia Santa Maria del Carmelo, affidata ai salesiani presenti nella città oplontina fin dal 1929 e divenuti, nel corso degli anni, un punto di riferimento significativo per tantissimi giovani della città e per tutto l’ambiente cittadino, dal punto di vista spirituale, ma anche civile e sociale. Quest’idea è nata nel settembre 2015, dopo aver ascoltato le parole di Papa Francesco: “Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere prossimi dei più piccoli e abbandonati. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario ospiti una famiglia”. Da queste parole, abbiamo trovato l’ispirazione per il nostro progetto. Vogliamo rispondere concretamente all’appello del Papa, in continuità con quanto già cerchiamo di fare quotidianamente: accogliere gli ultimi, fare attenzione alla marginalità attraverso l’oratorio e la casa famiglia. Qui in parrocchia avevamo la casa canonica disabitata, e quindi abbiamo pensato di arredarla per aprirla a chi ha bisogno. Così l’abbiamo ribattezzata “Casa del Carmelo” ed é iniziata quest’avventura. Insieme alla comunità parrocchiale, abbiamo voluto rispondere fattivamente. Proprio la reazione dei parrocchiani ci ha un po’ stupito, non ci aspettavo tanta generosità. All’inizio eravamo un po’ scettici, ci sembrava un obiettivo troppo difficile da realizzare. Quando abbiamo deciso di usare la casa canonica per ospitare chi ha necessità, c’era l’urgenza di fare dei piccoli lavori nell’abitazione e arredare l’appartamento. Ora incredibilmente siamo in una situazione per la quale abbiamo più mobili dello stretto necessario, le persone hanno risposto con immenso altruismo. Siamo un territorio dotato di grande spirito di accoglienza. Ad oggi non sappiamo per quanto tempo si fermeranno i tre ragazzi. L’alloggio non è certamente pensato come una dimora fissa, ma come luogo per rispondere in modo immediato almeno ai bisogni primari o di chi è stato costretto a lasciare il proprio paese o magari a ragazzi a rischio, che divenuti maggiorenni, non possono più stare in Casa famiglia e non hanno ancora un posto dove andare. Siamo molto contenti di poter dire, che grazie al nostro aiuto, i tre ragazzi accolti, hanno già iniziato a lavorare presso alcuni ristoranti locali. Questo permette loro di cominciare a integrarsi nel nostro territorio. Una storia inizia con don Bosco e che continua .
