In questo anno intenso, ogni giorno in comunità è stato un intreccio di storie difficili, silenzi carichi di significato e piccoli passi avanti che, a volte, valevano più di mille parole. Dietro ogni regola rispettata con fatica e ogni resistenza affrontata, c’era un ragazzo che provava, a modo suo, a fidarsi di nuovo.
Abbiamo visto occhi chiudersi per la stanchezza e riaprirsi con un po’ più di speranza, mani tese con diffidenza diventare lentamente mani capaci di chiedere aiuto. Nulla è stato semplice, ma ogni conquista, anche la più fragile, ha avuto il sapore di una vittoria condivisa.


La comunità è stata casa, rifugio e talvolta campo di battaglia emotivo, ma soprattutto è stata il luogo in cui nessuno è stato lasciato solo. Anche quando i percorsi sembravano bloccati, abbiamo continuato a credere che ogni ragazzo meritasse un’altra possibilità, uno sguardo che non giudica, una presenza che resta.


Ora, mentre costruiamo insieme il nuovo anno educativo, portiamo con noi il peso e la bellezza di ciò che è stato: le cadute, i tentativi, le lacrime trattenute e quelle finalmente lasciate andare. Perché educare, in fondo, significa camminare accanto, anche quando la strada fa paura, e continuare a scegliere di esserci.
Si apre davanti a noi non solo una ripartenza, ma una promessa. Una promessa fatta ai nostri ragazzi: quella di continuare a credere in loro anche quando loro stessi faticano a farlo. La nuova progettualità nasce dall’ascolto attento delle loro storie, dei loro bisogni inespressi e dei sogni che spesso restano nascosti dietro la rabbia o il silenzio.


Insieme all’équipe educativa, stiamo costruendo percorsi che non siano semplici attività, ma vere occasioni di riscatto e di scoperta. Progetti pensati per accompagnare ogni ragazzo nel riconoscere il proprio valore, nel dare un nome alle emozioni e nel trovare nuovi modi per stare nel mondo, con maggiore consapevolezza e responsabilità.
Sarà un anno fatto di obiettivi piccoli ma profondi, di tappe condivise, di errori che diventeranno strumenti di crescita. Un anno in cui la comunità continuerà a essere uno spazio sicuro, capace di accogliere le fragilità senza paura e di trasformarle, passo dopo passo, in risorse.
Con il nuovo anno educativo rinnoviamo il nostro impegno a camminare accanto ai ragazzi, a non smettere di cercare strade possibili anche quando il percorso sembra incerto. Perché ogni progetto che nasce porta con sé una speranza, e ogni speranza, se accompagnata con cura, può diventare futuro.
Anna Pasquariello – Educatrice Comunità Alloggio “Il Sogno ” di Napoli

Dalla festa di don Bosco, la Casa canonica è diventata casa di accoglienza per tre giovani migranti. Succede a Torre Annunziata e la canonica in questione è quella della parrocchia Santa Maria del Carmelo, affidata ai salesiani presenti nella città oplontina fin dal 1929 e divenuti, nel corso degli anni, un punto di riferimento significativo per tantissimi giovani della città e per tutto l’ambiente cittadino, dal punto di vista spirituale, ma anche civile e sociale. Quest’idea è nata nel settembre 2015, dopo aver ascoltato le parole di Papa Francesco: “Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere prossimi dei più piccoli e abbandonati. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario ospiti una famiglia”. Da queste parole, abbiamo trovato l’ispirazione per il nostro progetto. Vogliamo rispondere concretamente all’appello del Papa, in continuità con quanto già cerchiamo di fare quotidianamente: accogliere gli ultimi, fare attenzione alla marginalità attraverso l’oratorio e la casa famiglia. Qui in parrocchia avevamo la casa canonica disabitata, e quindi abbiamo pensato di arredarla per aprirla a chi ha bisogno. Così l’abbiamo ribattezzata “Casa del Carmelo” ed é iniziata quest’avventura. Insieme alla comunità parrocchiale, abbiamo voluto rispondere fattivamente. Proprio la reazione dei parrocchiani ci ha un po’ stupito, non ci aspettavo tanta generosità. All’inizio eravamo un po’ scettici, ci sembrava un obiettivo troppo difficile da realizzare. Quando abbiamo deciso di usare la casa canonica per ospitare chi ha necessità, c’era l’urgenza di fare dei piccoli lavori nell’abitazione e arredare l’appartamento. Ora incredibilmente siamo in una situazione per la quale abbiamo più mobili dello stretto necessario, le persone hanno risposto con immenso altruismo. Siamo un territorio dotato di grande spirito di accoglienza. Ad oggi non sappiamo per quanto tempo si fermeranno i tre ragazzi. L’alloggio non è certamente pensato come una dimora fissa, ma come luogo per rispondere in modo immediato almeno ai bisogni primari o di chi è stato costretto a lasciare il proprio paese o magari a ragazzi a rischio, che divenuti maggiorenni, non possono più stare in Casa famiglia e non hanno ancora un posto dove andare. Siamo molto contenti di poter dire, che grazie al nostro aiuto, i tre ragazzi accolti, hanno già iniziato a lavorare presso alcuni ristoranti locali. Questo permette loro di cominciare a integrarsi nel nostro territorio. Una storia inizia con don Bosco e che continua .
