Dopo due anni dalla pandemia siamo riusciti a riunirci tutti a casa “Il sogno” di Napoli, per festeggiare il nostro Natale.
La presenza di Ragazzi “nuovi” che non conoscevano il senso di appartenenza e amore, ragazzi “vecchi” che avevano vissuto con noi operatori, la malinconia per non aver condiviso per tanto tempo, un momento di riunione familiare.

Ma che cos’è il natale in comunità?
Il natale è un momento forte, dove l’operatore cerca di colmare le assenze, di donare amore e soprattutto tanta speranza in un futuro migliore. A natale puoi esprimere un desiderio, perché i miracoli accadono, come la nascita di Gesù.
Ma chi è Gesù?
Gesù è speranza, è amore… è vita!
Spiegarlo ad un immigrato, non è poi così difficile, perché come noi, hanno un forte spirito verso la loro religione. Così ascoltano e rispettano tanti momenti intimi del nostro quotidiano, come una semplice preghiera a tavola. Così ieri, nella semplicità di una cena, fatta con amore, si è visto scorgere sui visi tanti sorrisi e gratitudine.
A fine cena un ragazzo straniero, si è avvicinato all’operatore che aveva preparato tutto il cibo, con grande sorriso ed occhi lucidi, ha ringraziato per tutto l’amore dato.
In serata abbiamo girato un piccolo video, dove sia operatori che ragazzi, siamo intervenuti per mostrare un momento familiare. Partono così le riprese: ne abbiamo girati tantissimi di video perchè ogni volta qualcuno improvvisava con qualche battuta, con un movimento di troppo che impediva la riuscita del video come richiesto …ma quello era il bello… tutti insieme a provare a riprovare per far vedere come anche noi, comunità il sogno con un piccolo gesto, abbiamo creato quell’ambiente sereno, complice e confortevole.
Quella è stata una semplice scusa per aggiungere divertimento ad una bellissima serata, insieme a tutti, dopo anni di abbracci lontani e saluti virtuali.
Anna Pasquariello, educatrice comunità “Il Sogno”

Dalla festa di don Bosco, la Casa canonica è diventata casa di accoglienza per tre giovani migranti. Succede a Torre Annunziata e la canonica in questione è quella della parrocchia Santa Maria del Carmelo, affidata ai salesiani presenti nella città oplontina fin dal 1929 e divenuti, nel corso degli anni, un punto di riferimento significativo per tantissimi giovani della città e per tutto l’ambiente cittadino, dal punto di vista spirituale, ma anche civile e sociale. Quest’idea è nata nel settembre 2015, dopo aver ascoltato le parole di Papa Francesco: “Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere prossimi dei più piccoli e abbandonati. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario ospiti una famiglia”. Da queste parole, abbiamo trovato l’ispirazione per il nostro progetto. Vogliamo rispondere concretamente all’appello del Papa, in continuità con quanto già cerchiamo di fare quotidianamente: accogliere gli ultimi, fare attenzione alla marginalità attraverso l’oratorio e la casa famiglia. Qui in parrocchia avevamo la casa canonica disabitata, e quindi abbiamo pensato di arredarla per aprirla a chi ha bisogno. Così l’abbiamo ribattezzata “Casa del Carmelo” ed é iniziata quest’avventura. Insieme alla comunità parrocchiale, abbiamo voluto rispondere fattivamente. Proprio la reazione dei parrocchiani ci ha un po’ stupito, non ci aspettavo tanta generosità. All’inizio eravamo un po’ scettici, ci sembrava un obiettivo troppo difficile da realizzare. Quando abbiamo deciso di usare la casa canonica per ospitare chi ha necessità, c’era l’urgenza di fare dei piccoli lavori nell’abitazione e arredare l’appartamento. Ora incredibilmente siamo in una situazione per la quale abbiamo più mobili dello stretto necessario, le persone hanno risposto con immenso altruismo. Siamo un territorio dotato di grande spirito di accoglienza. Ad oggi non sappiamo per quanto tempo si fermeranno i tre ragazzi. L’alloggio non è certamente pensato come una dimora fissa, ma come luogo per rispondere in modo immediato almeno ai bisogni primari o di chi è stato costretto a lasciare il proprio paese o magari a ragazzi a rischio, che divenuti maggiorenni, non possono più stare in Casa famiglia e non hanno ancora un posto dove andare. Siamo molto contenti di poter dire, che grazie al nostro aiuto, i tre ragazzi accolti, hanno già iniziato a lavorare presso alcuni ristoranti locali. Questo permette loro di cominciare a integrarsi nel nostro territorio. Una storia inizia con don Bosco e che continua .
