Una riflessione sul cammino della nostra comunità “16 Agosto” di Bari
Il 19 ottobre la comunità “16 Agosto” di Bari ha compiuto undici anni. Un traguardo che non rappresenta soltanto il tempo trascorso, ma soprattutto le storie accolte, le relazioni costruite e le possibilità offerte a tanti ragazzi, ciascuno con il proprio vissuto, le proprie fragilità e le proprie speranze.

In questi anni, l’impegno degli educatori è stato una presenza quotidiana fatta di ascolto, pazienza, responsabilità e fiducia. Educare significa esserci anche nei momenti difficili, saper porre dei limiti senza rinunciare al dialogo e riconoscere, dietro ogni comportamento, una persona che ha bisogno di essere compresa e accompagnata. In una comunità che accoglie minori in messa alla prova e giovani stranieri richiedenti asilo, questo impegno assume un valore ancora più profondo: offrire un luogo sicuro in cui ricominciare, sentirsi riconosciuti e immaginare il futuro.

A guidarci è ancora oggi il sistema preventivo di San Giovanni Bosco, fondato su ragione, religione e amorevolezza. Un metodo che non si limita a correggere gli errori, ma cerca di prevenirli attraverso la vicinanza educativa, la costruzione di legami autentici e la valorizzazione delle potenzialità di ogni giovane. La presenza dell’educatore, il rispetto reciproco e la fiducia diventano così strumenti concreti di crescita.
Il nostro anniversario è anche un’occasione per ringraziare chi, nel tempo, ha contribuito a rendere viva questa esperienza: educatori, responsabili, volontari e tutti coloro che condividono la missione dell’associazione salesiana Piccoli Passi Grandi Sogni. È un lavoro spesso silenzioso, i cui risultati non sempre sono immediati, ma che può lasciare un segno duraturo nella vita dei ragazzi.

Che gli anni trascorsi siano dunque non un punto di arrivo, ma sempre di partenza: con la stessa passione educativa, la stessa capacità di accogliere e la convinzione, profondamente salesiana, che in ogni giovane esista un bene da scoprire e far crescere.
Lorenzo Ursi – Educatore comunità “16 Agosto” di Bari

Dalla festa di don Bosco, la Casa canonica è diventata casa di accoglienza per tre giovani migranti. Succede a Torre Annunziata e la canonica in questione è quella della parrocchia Santa Maria del Carmelo, affidata ai salesiani presenti nella città oplontina fin dal 1929 e divenuti, nel corso degli anni, un punto di riferimento significativo per tantissimi giovani della città e per tutto l’ambiente cittadino, dal punto di vista spirituale, ma anche civile e sociale. Quest’idea è nata nel settembre 2015, dopo aver ascoltato le parole di Papa Francesco: “Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere prossimi dei più piccoli e abbandonati. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario ospiti una famiglia”. Da queste parole, abbiamo trovato l’ispirazione per il nostro progetto. Vogliamo rispondere concretamente all’appello del Papa, in continuità con quanto già cerchiamo di fare quotidianamente: accogliere gli ultimi, fare attenzione alla marginalità attraverso l’oratorio e la casa famiglia. Qui in parrocchia avevamo la casa canonica disabitata, e quindi abbiamo pensato di arredarla per aprirla a chi ha bisogno. Così l’abbiamo ribattezzata “Casa del Carmelo” ed é iniziata quest’avventura. Insieme alla comunità parrocchiale, abbiamo voluto rispondere fattivamente. Proprio la reazione dei parrocchiani ci ha un po’ stupito, non ci aspettavo tanta generosità. All’inizio eravamo un po’ scettici, ci sembrava un obiettivo troppo difficile da realizzare. Quando abbiamo deciso di usare la casa canonica per ospitare chi ha necessità, c’era l’urgenza di fare dei piccoli lavori nell’abitazione e arredare l’appartamento. Ora incredibilmente siamo in una situazione per la quale abbiamo più mobili dello stretto necessario, le persone hanno risposto con immenso altruismo. Siamo un territorio dotato di grande spirito di accoglienza. Ad oggi non sappiamo per quanto tempo si fermeranno i tre ragazzi. L’alloggio non è certamente pensato come una dimora fissa, ma come luogo per rispondere in modo immediato almeno ai bisogni primari o di chi è stato costretto a lasciare il proprio paese o magari a ragazzi a rischio, che divenuti maggiorenni, non possono più stare in Casa famiglia e non hanno ancora un posto dove andare. Siamo molto contenti di poter dire, che grazie al nostro aiuto, i tre ragazzi accolti, hanno già iniziato a lavorare presso alcuni ristoranti locali. Questo permette loro di cominciare a integrarsi nel nostro territorio. Una storia inizia con don Bosco e che continua .
