In questo periodo, in comunità, siamo stati un punto di ritrovo per tantissimi stranieri.



Alcuni sono andati via dopo pochissimi giorni, perché il loro obiettivo era andare via dall’Italia, ma in qualunque caso ci hanno lasciato qualcosa: le Storie, i loro racconti e le loro emozioni.
Spesso sui loro volti si possono intravedere quelle paure che si portano dietro da vissuti turbolenti, fatti da guerre ed abbandoni.

Non è facile entrare in un paese e lottare per vivere, anzi per loro spesso diventa una lotta alla sopravvivenza. Culture, lingue e religioni diverse.
Vengono portati in comunità e ti rendi conto di quanto siano soli, anche solo guardandoli rannicchiarsi subito in quelle coperte, fino al capo, in senso di protezione e rifugio.
Li osservi cercando di pensare a cosa fare, capire cosa dirgli per farlo sentire al sicuro.
Ma alla fine, ti siedi accanto a loro e resti in silenzio.
Quando iniziano a trovare il coraggio di raccontarsi, vieni catapultato in un altro pianeta.
Spari, urla, famiglie che non esistono più, momenti di prigionia, la fame, e il mare….

Quello stesso mare che in tanti rappresenta il rifugio mentale dai nostri pensieri, per altri diventa il rifugio concreto per lasciare e scappare da una vita che è stata troppo crudele con loro.
Diventi così una lucciola, che ogni tanti gli fa luce nei momenti più bui, indicandogli quel sentiero più luminoso.
Si, perché loro lavorano sodo, si impegnano a studiare e vogliono formarsi per poter trovare u lavoro adatto, guadagnare e aiutare.
Ma aiutare chi?
In tanti, anzi in tantissimi, con quei pochi soldini che riescono ad ottenere, li mandano a quelle che sono rimaste delle loro famiglie: piccoli pezzi di cuore che sperano nella fortuna dei loro cari per sopravvivere.
E tu ti redi conto che ascoltare quelle dure realtà facciamo male all’anima, al cuore, ma che nello stesso tempo sei fortunato, perché quelle stesse storie insegnano ad apprezzare le piccole cose, e ti insegnano a tendere la mano che non potrà cambiare un passato, ma migliorerà un futuro.
Anna Pasquariello, educatrice comunità alloggio “Il Sogno” di Napoli

Dalla festa di don Bosco, la Casa canonica è diventata casa di accoglienza per tre giovani migranti. Succede a Torre Annunziata e la canonica in questione è quella della parrocchia Santa Maria del Carmelo, affidata ai salesiani presenti nella città oplontina fin dal 1929 e divenuti, nel corso degli anni, un punto di riferimento significativo per tantissimi giovani della città e per tutto l’ambiente cittadino, dal punto di vista spirituale, ma anche civile e sociale. Quest’idea è nata nel settembre 2015, dopo aver ascoltato le parole di Papa Francesco: “Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere prossimi dei più piccoli e abbandonati. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario ospiti una famiglia”. Da queste parole, abbiamo trovato l’ispirazione per il nostro progetto. Vogliamo rispondere concretamente all’appello del Papa, in continuità con quanto già cerchiamo di fare quotidianamente: accogliere gli ultimi, fare attenzione alla marginalità attraverso l’oratorio e la casa famiglia. Qui in parrocchia avevamo la casa canonica disabitata, e quindi abbiamo pensato di arredarla per aprirla a chi ha bisogno. Così l’abbiamo ribattezzata “Casa del Carmelo” ed é iniziata quest’avventura. Insieme alla comunità parrocchiale, abbiamo voluto rispondere fattivamente. Proprio la reazione dei parrocchiani ci ha un po’ stupito, non ci aspettavo tanta generosità. All’inizio eravamo un po’ scettici, ci sembrava un obiettivo troppo difficile da realizzare. Quando abbiamo deciso di usare la casa canonica per ospitare chi ha necessità, c’era l’urgenza di fare dei piccoli lavori nell’abitazione e arredare l’appartamento. Ora incredibilmente siamo in una situazione per la quale abbiamo più mobili dello stretto necessario, le persone hanno risposto con immenso altruismo. Siamo un territorio dotato di grande spirito di accoglienza. Ad oggi non sappiamo per quanto tempo si fermeranno i tre ragazzi. L’alloggio non è certamente pensato come una dimora fissa, ma come luogo per rispondere in modo immediato almeno ai bisogni primari o di chi è stato costretto a lasciare il proprio paese o magari a ragazzi a rischio, che divenuti maggiorenni, non possono più stare in Casa famiglia e non hanno ancora un posto dove andare. Siamo molto contenti di poter dire, che grazie al nostro aiuto, i tre ragazzi accolti, hanno già iniziato a lavorare presso alcuni ristoranti locali. Questo permette loro di cominciare a integrarsi nel nostro territorio. Una storia inizia con don Bosco e che continua .
