Quella di Nando è una storia che parte dal basso. Dal basso e dal niente. Il niente di Caivano, comune della periferia sconsolata e dimenticata di Napoli, quella del Parco Verde, della piccola Fortuna, dello spaccio alla luce del sole e del degrado generale. E’ una storia comune a tanti ragazzi del posto, senza speranza e senza futuro, con pochi sogni e un percorso già scritto da un destino che non hanno scelto loro.
Ma quella di Nando è anche una storia differente, fatta di coraggio, di redenzione, di nuove scelte. Una storia a lieto fine, che è bello raccontare.
Nando ha 20 anni, 20 anni e due gambe lunghissime. La sua fragilità si nasconde proprio dietro la sua stazza: è alto, alto ma gracile e la sua andatura è incerta, quasi ciondolante. Qualche anno fa, quando era ancora minorenne, Nando ha compiuto un grave errore, uno di quelli che, come ha detto lui, “quando in tv sento che l’ha commesso qualcun altro mi sento male”.
Quell’errore lo ha compiuto insieme ad altri coetanei, all’epoca suoi amici, e per quell’errore ha pagato: “Un giorno si presentarono i poliziotti e mi dissero di andare in caserma con loro, scattò l’arresto, mi portarono 7 giorni in una comunità vicino Napoli, poi fui trasferito ai Salesiani di Torre Annunziata, nella Comunità “Mamma Matilde”.
Ed è nella cittadina oplontina che Nando matura, comprende, accetta il suo sbaglio e si perdona: “Qui ho conosciuto persone che mi hanno aiutato molto, mi hanno aiutato a perdonare me stesso. Gli operatori mi hanno fatto capire che sbagliare è umano ma che si può rimediare, e farlo come l’ho fatto io è grande. Ho fatto corsi di cucina, qualche corso di muratore, di canottaggio, ho fatto diverse gare e ne ho anche vinte 4”.
Dallo scorso ottobre Nando è in messa alla prova per 3 anni, ma la sua vita è cambiata completamente. Dopo aver cercato di costruire qualcosa nella sua Caivano, ha deciso di andare via: “Prima facevo volontariato con i vigili del fuoco e lavoravo presso un’agenzia di onoranze funebri. Poi ho scelto di andarmene, il desiderio di mia mamma era di vedermi cambiato, e nel mio paese era difficile farlo. Anche io dopo tante delusioni speravo di darle qualche soddisfazione”.
In poco tempo si è trasferito, ha trovato lavoro e ha ripreso a giocare a calcio, che aveva abbandonato diversi anni prima a causa di un brutto infortunio al ginocchio: “Sto lavorando in un’azienda in Emilia-Romagna e sto giocando in una squadra di serie D, l’Ambrosiana, in 4 partite ho fatto 7 reti e il mio sogno è proprio quello un giorno di indossare una maglia da professionista”.
Il viaggio di Nando, il viaggio nella sua vita, nella sua crescita, è un viaggio simbolo: simbolo della forza umana, della capacità di trasformare l’insicurezza in convinzione, la fragilità in determinazione. Serve che scatti una molla, e nel suo caso è stata la molla più naturale del mondo: l’amore: “Quando ho iniziato a vedere che mio padre non lavorava sempre, che mia madre era malata, mi sono reso conto che dovevo dare una svolta alla mia vita. Ho visto vari amici entrare in galera e ho capito che dovevo cambiare. E’ stato difficile lasciare mia mamma, ora mi trovo qualcosa di positivo nella mia vita ma mi manca sempre lei”.
Se ce l’ha fatta Nando, possono farcela anche altri, ma, secondo lui, lontano da Napoli è più facile: “Tutto proviene dal cervello, sbagliare è umano, ma si può rimediare a tutto, solo alla morte non si può rimediare, se uno vuole cambiare la sua vita. Napoli non ci dà niente, può essere bella quanto vogliamo, ma non garantisce niente. Oggi attualmente fare l’operaio a Napoli significa fare 20-25 euro al giorno, e non hai mai una busta paga, non puoi sistemarti, non puoi fare una famiglia”.
Oggi Nando ha la voce serena e il passo più deciso (d’altronde gioca in attacco, la sicurezza è un obbligo!), ha una vita completamente stravolta e ha fatto pace con il suo passato, a cui ripensa con grande lucidità: “Se tornassi indietro la prima cosa che farei sarebbe allontanare le amicizie sbagliate. Mi sono fatto trascinare, da solo non l’avrei mai fatta quella cosa. Da quel momento, dal primo momento, ho detto: io non voglio più sbagliare”.
“Uno su mille ce la fa”, canta Morandi, e forse è vero che ce la fanno solo in pochissimi. Perché Nando è andato via, ma molti suoi amici sono in galera e Caivano è ancora una terra dimenticata da Dio. Eppure, se “in gioco c’è la vita”, la salita si può scalare. Senza strisciare e senza mollare. Mai.
Fonte : VesuvioLive


Dalla festa di don Bosco, la Casa canonica è diventata casa di accoglienza per tre giovani migranti. Succede a Torre Annunziata e la canonica in questione è quella della parrocchia Santa Maria del Carmelo, affidata ai salesiani presenti nella città oplontina fin dal 1929 e divenuti, nel corso degli anni, un punto di riferimento significativo per tantissimi giovani della città e per tutto l’ambiente cittadino, dal punto di vista spirituale, ma anche civile e sociale. Quest’idea è nata nel settembre 2015, dopo aver ascoltato le parole di Papa Francesco: “Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere prossimi dei più piccoli e abbandonati. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario ospiti una famiglia”. Da queste parole, abbiamo trovato l’ispirazione per il nostro progetto. Vogliamo rispondere concretamente all’appello del Papa, in continuità con quanto già cerchiamo di fare quotidianamente: accogliere gli ultimi, fare attenzione alla marginalità attraverso l’oratorio e la casa famiglia. Qui in parrocchia avevamo la casa canonica disabitata, e quindi abbiamo pensato di arredarla per aprirla a chi ha bisogno. Così l’abbiamo ribattezzata “Casa del Carmelo” ed é iniziata quest’avventura. Insieme alla comunità parrocchiale, abbiamo voluto rispondere fattivamente. Proprio la reazione dei parrocchiani ci ha un po’ stupito, non ci aspettavo tanta generosità. All’inizio eravamo un po’ scettici, ci sembrava un obiettivo troppo difficile da realizzare. Quando abbiamo deciso di usare la casa canonica per ospitare chi ha necessità, c’era l’urgenza di fare dei piccoli lavori nell’abitazione e arredare l’appartamento. Ora incredibilmente siamo in una situazione per la quale abbiamo più mobili dello stretto necessario, le persone hanno risposto con immenso altruismo. Siamo un territorio dotato di grande spirito di accoglienza. Ad oggi non sappiamo per quanto tempo si fermeranno i tre ragazzi. L’alloggio non è certamente pensato come una dimora fissa, ma come luogo per rispondere in modo immediato almeno ai bisogni primari o di chi è stato costretto a lasciare il proprio paese o magari a ragazzi a rischio, che divenuti maggiorenni, non possono più stare in Casa famiglia e non hanno ancora un posto dove andare. Siamo molto contenti di poter dire, che grazie al nostro aiuto, i tre ragazzi accolti, hanno già iniziato a lavorare presso alcuni ristoranti locali. Questo permette loro di cominciare a integrarsi nel nostro territorio. Una storia inizia con don Bosco e che continua .
