Il teatro dell’oppresso come strumento di inclusione
Non una semplice rappresentazione teatrale alla quale si è soliti assistere, bensì una serie di giochi, esercizi e tecniche per portare allo scoperto i conflitti sociali più frequenti, ricercando possibili scenari e soluzioni. È il teatro dell’oppresso, nato in Brasile negli anni ’60, grazie ad Augusto Boal, come strumento educativo che abbraccia diversi ambiti: cultura, arte, politica, psicoterapia, diversità sessuali, inclusione giovanile e dipendenze.
Lo scopo di questo tipo di rappresentazione è indurre il fruitore al cambiamento, partendo da una esperienza reale e diretta, per mediare ai problemi quotidiani di natura conflittuale. La parola assume un ruolo di primaria importanza, in quanto, in una società fondata sullo scambio verbale, essa rappresenta lo strumento di partenza per lo scioglimento di nodi cruciali



La scorsa domenica 4 settembre, presso il “Giardino dei limoni” di Conversano, i nostri ragazzi, della comunità educativa “16 Agosto” di Bari, hanno assistito ad una performance avente come argomento bullismo e devianza giovanile. Un tema da loro molto sentito, visti i loro errori passati e la loro estrazione sociale. Una rappresentazione grazie alla quale hanno potuto rivivere scorci del loro passato, nelle vesti di oppressori quali erano, ed hanno allo stesso tempo potuto interagire ponendosi però dalla parte dell’oppresso. I nostri ospiti compreso, a livello emotivo, quale è stato il loro cambiamento, come sono mutati i loro sentimenti ed i loro punti di vista grazie al percorso che stanno affrontando nella nostra comunità. I ragazzi sono anche stati particolarmente entusiasti nell’apprezzare il lavoro svolto da Isak, nostro ospite, che ha contribuito attivamente all’ottima realizzazione dello spettacolo occupandosi, assieme ad altri coetanei, della cura delle scenografie.
Lorenzo Ursi- Educatore della comunità educativa “16 agosto” di Bari.

Dalla festa di don Bosco, la Casa canonica è diventata casa di accoglienza per tre giovani migranti. Succede a Torre Annunziata e la canonica in questione è quella della parrocchia Santa Maria del Carmelo, affidata ai salesiani presenti nella città oplontina fin dal 1929 e divenuti, nel corso degli anni, un punto di riferimento significativo per tantissimi giovani della città e per tutto l’ambiente cittadino, dal punto di vista spirituale, ma anche civile e sociale. Quest’idea è nata nel settembre 2015, dopo aver ascoltato le parole di Papa Francesco: “Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere prossimi dei più piccoli e abbandonati. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario ospiti una famiglia”. Da queste parole, abbiamo trovato l’ispirazione per il nostro progetto. Vogliamo rispondere concretamente all’appello del Papa, in continuità con quanto già cerchiamo di fare quotidianamente: accogliere gli ultimi, fare attenzione alla marginalità attraverso l’oratorio e la casa famiglia. Qui in parrocchia avevamo la casa canonica disabitata, e quindi abbiamo pensato di arredarla per aprirla a chi ha bisogno. Così l’abbiamo ribattezzata “Casa del Carmelo” ed é iniziata quest’avventura. Insieme alla comunità parrocchiale, abbiamo voluto rispondere fattivamente. Proprio la reazione dei parrocchiani ci ha un po’ stupito, non ci aspettavo tanta generosità. All’inizio eravamo un po’ scettici, ci sembrava un obiettivo troppo difficile da realizzare. Quando abbiamo deciso di usare la casa canonica per ospitare chi ha necessità, c’era l’urgenza di fare dei piccoli lavori nell’abitazione e arredare l’appartamento. Ora incredibilmente siamo in una situazione per la quale abbiamo più mobili dello stretto necessario, le persone hanno risposto con immenso altruismo. Siamo un territorio dotato di grande spirito di accoglienza. Ad oggi non sappiamo per quanto tempo si fermeranno i tre ragazzi. L’alloggio non è certamente pensato come una dimora fissa, ma come luogo per rispondere in modo immediato almeno ai bisogni primari o di chi è stato costretto a lasciare il proprio paese o magari a ragazzi a rischio, che divenuti maggiorenni, non possono più stare in Casa famiglia e non hanno ancora un posto dove andare. Siamo molto contenti di poter dire, che grazie al nostro aiuto, i tre ragazzi accolti, hanno già iniziato a lavorare presso alcuni ristoranti locali. Questo permette loro di cominciare a integrarsi nel nostro territorio. Una storia inizia con don Bosco e che continua .
