Cosa fa si che un terreno sia fertile? Di cosa esso necessita affinchè produca dei buoni frutti? Cosa possiamo fare noi uomini per valorizzare un raccolto? Sono tutte domande simili tra loro, con un denominatore comune: l’amore. Ebbene si, perché anche un gesto abbastanza semplice ed ordinario, acquisisce valore solo se alla base ci sono consapevolezza ed amore per quel che si fa.
È questo il messaggio che si cela dietro il laboratorio di giardinaggio messo di recente a punto dai ragazzi della comunità educativa “16 Agosto” di Bari.
L’iniziativa è nata in seguito ad alcuni litigi tra i nostri ospiti, in particolare tra due ragazzi ed è stata frutto della necessità di lasciar loro un messaggio, rendendolo più incisivo utilizzando una chiave metaforica di base: il terreno e la semina come metafore dei rapporti interpersonali.






I ragazzi sono stati indirizzati dagli educatori sulle tipologie di strumenti da utilizzare, sul tipo di terriccio più idoneo e sulle piante da scegliere, ossia melanzane e basilico per cominciare. Collaborando hanno piantato i semi e giorno dopo giorno hanno potuto, con grande sorpresa, osservare che il loro lavoro stava portando dei frutti; che grazie a loro stava nascendo qualcosa di nuovo e che ciò era solo ed esclusivamente merito dell’impegno, della passione e dell’amore che stavano impiegando.
Questo piccolo traguardo, ha offerto a noi educatori e di conseguenza ai ragazzi un importante spunto di riflessione circa le dinamiche che quotidianamente si palesano in struttura ed in particolare sugli ultimi spiacevoli episodi. I nostri ospiti hanno difatti potuto comprendere che la semina ed il raccolto necessitano delle stesse attenzioni, della stessa cura e dello stesso amore che richiedono i rapporti interpersonali e che solo mettendo da parte i rancori, la rabbia e l’orgoglio si possono gettare le basi per un clima sereno fatto di reciproca ed amorevole comprensione.
Lorenzo Ursi, Educatore Comunità “16 Agosto” di Bari

Dalla festa di don Bosco, la Casa canonica è diventata casa di accoglienza per tre giovani migranti. Succede a Torre Annunziata e la canonica in questione è quella della parrocchia Santa Maria del Carmelo, affidata ai salesiani presenti nella città oplontina fin dal 1929 e divenuti, nel corso degli anni, un punto di riferimento significativo per tantissimi giovani della città e per tutto l’ambiente cittadino, dal punto di vista spirituale, ma anche civile e sociale. Quest’idea è nata nel settembre 2015, dopo aver ascoltato le parole di Papa Francesco: “Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere prossimi dei più piccoli e abbandonati. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario ospiti una famiglia”. Da queste parole, abbiamo trovato l’ispirazione per il nostro progetto. Vogliamo rispondere concretamente all’appello del Papa, in continuità con quanto già cerchiamo di fare quotidianamente: accogliere gli ultimi, fare attenzione alla marginalità attraverso l’oratorio e la casa famiglia. Qui in parrocchia avevamo la casa canonica disabitata, e quindi abbiamo pensato di arredarla per aprirla a chi ha bisogno. Così l’abbiamo ribattezzata “Casa del Carmelo” ed é iniziata quest’avventura. Insieme alla comunità parrocchiale, abbiamo voluto rispondere fattivamente. Proprio la reazione dei parrocchiani ci ha un po’ stupito, non ci aspettavo tanta generosità. All’inizio eravamo un po’ scettici, ci sembrava un obiettivo troppo difficile da realizzare. Quando abbiamo deciso di usare la casa canonica per ospitare chi ha necessità, c’era l’urgenza di fare dei piccoli lavori nell’abitazione e arredare l’appartamento. Ora incredibilmente siamo in una situazione per la quale abbiamo più mobili dello stretto necessario, le persone hanno risposto con immenso altruismo. Siamo un territorio dotato di grande spirito di accoglienza. Ad oggi non sappiamo per quanto tempo si fermeranno i tre ragazzi. L’alloggio non è certamente pensato come una dimora fissa, ma come luogo per rispondere in modo immediato almeno ai bisogni primari o di chi è stato costretto a lasciare il proprio paese o magari a ragazzi a rischio, che divenuti maggiorenni, non possono più stare in Casa famiglia e non hanno ancora un posto dove andare. Siamo molto contenti di poter dire, che grazie al nostro aiuto, i tre ragazzi accolti, hanno già iniziato a lavorare presso alcuni ristoranti locali. Questo permette loro di cominciare a integrarsi nel nostro territorio. Una storia inizia con don Bosco e che continua .
