
Lunedì mattina ho partecipato a Torre Annunziata all’incontro con il magistrato Cantone, presidente dell’autorità anticorruzione. Era con me Ciro un ragazzo di Scampia, accolto in Comunità per aver commesso una rapina. Mentre salutavamo le autorità presenti, mi rivolge una domanda sconcertante: domani vediamo Gomorra? E dell’incontro così forte ed entusiasmante nessuna riflessione a caldo, nessuna domanda sul marcio presentato, niente di niente. Eppure per me educatore è stata una boccata di ossigeno. La serie non la vedremo. E non c’entra il fatto che non abbiamo ancora Sky. Quest’anno non la vogliamo vedere. Perchè?
Se le frasi raccontano, quelle di Gomorra, urlano. “Un uomo che può fare a meno di tutto non tiene paura di niente”: può sembrare una sorta di motto salesiano da insegnare ai ragazzi dell’oratorio. Sempre di Conte è un’altra “frase da Vangelo”: Quando il pastore non ci sta le pecore se ne vanno tutte per i fatti loro”. Geniale, no? Altro che il più ovvio “quando il gatto non c’è i topi ballano”. E le frasi ripetute a memoria da Ciro e da tanti adolescenti: “Stai senza pensieri”, “Dovrei spararti in bocca”. E la frase più “educativa” di tutte “I soldi fanno l’uomo onesto” e la famosa “Vieni qua, veni a pigliarti il perdono” (e gli spara in bocca, appunto).
In Gomorra il bene non è mai rappresentato. Cancellato. Si racconta un mondo dove le sole leggi vigenti sono quelle della criminalità: la sopraffazione, la violenza, la morte. In campo non c’è mai una via d’uscita dal sistema camorristico, ma solo la lotta insanguinata, tra i vari esponenti del male. Da Caivano ad Afragola, dal Vomero al parco Verde di Caivano, da Torre Annunziata a Terzigno, nelle famiglie e nella mia Comunità a cena si discute più delle gesta di Genny, di Ciruzzo l’Immortale e del boss Savastano che del costo dei libri scolastici, delle bollette da pagare a fine mese, di come è andata la giornata.
Dalla fiction emerge una sorta d’involontaria esaltazione dello stile di vita mafioso. L’arte e la fiction, si dice, non possono essere costrette a un ruolo pedagogico. Giusto. Ma neanche alla spettacolarizzazione del mondo criminale, potrebbe essere la risposta. Avere a che fare con la criminalità da parte di tante persone oneste è la dura realtà. Non vogliono lavare i panni sporchi in famiglia, ma non vogliono neanche che vengano esposti ai quattro venti, anche perché il passo dall’osservazione alla “derisione” è breve. A Torre Annunziata come a Scampia c’è chi vive anche abbastanza bene: chi non è stato rapinato, avvicinato, offeso, e non ha assistito ad atti di violenza. Per fortuna. E si domanda, perché dopo essere stato così fortunato debba ora guardarseli sul piccolo schermo come se fosse l’unica cosa presente sulla propria terra.
Ciro nel pomeriggio mi ha avvicinato e mi ha detto che Cantone forse ha ragione: non è la disoccupazione che alimenta la camorra, ma la camorra che crea disoccupazione e fa scappare tanti che sui nostri territori vogliono scommettere e investire. Questo per oggi mi può bastare. Ma certamente questa riflessione non gli è nata guardando Gomorra.
don Antonio Carbone


Dalla festa di don Bosco, la Casa canonica è diventata casa di accoglienza per tre giovani migranti. Succede a Torre Annunziata e la canonica in questione è quella della parrocchia Santa Maria del Carmelo, affidata ai salesiani presenti nella città oplontina fin dal 1929 e divenuti, nel corso degli anni, un punto di riferimento significativo per tantissimi giovani della città e per tutto l’ambiente cittadino, dal punto di vista spirituale, ma anche civile e sociale. Quest’idea è nata nel settembre 2015, dopo aver ascoltato le parole di Papa Francesco: “Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere prossimi dei più piccoli e abbandonati. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario ospiti una famiglia”. Da queste parole, abbiamo trovato l’ispirazione per il nostro progetto. Vogliamo rispondere concretamente all’appello del Papa, in continuità con quanto già cerchiamo di fare quotidianamente: accogliere gli ultimi, fare attenzione alla marginalità attraverso l’oratorio e la casa famiglia. Qui in parrocchia avevamo la casa canonica disabitata, e quindi abbiamo pensato di arredarla per aprirla a chi ha bisogno. Così l’abbiamo ribattezzata “Casa del Carmelo” ed é iniziata quest’avventura. Insieme alla comunità parrocchiale, abbiamo voluto rispondere fattivamente. Proprio la reazione dei parrocchiani ci ha un po’ stupito, non ci aspettavo tanta generosità. All’inizio eravamo un po’ scettici, ci sembrava un obiettivo troppo difficile da realizzare. Quando abbiamo deciso di usare la casa canonica per ospitare chi ha necessità, c’era l’urgenza di fare dei piccoli lavori nell’abitazione e arredare l’appartamento. Ora incredibilmente siamo in una situazione per la quale abbiamo più mobili dello stretto necessario, le persone hanno risposto con immenso altruismo. Siamo un territorio dotato di grande spirito di accoglienza. Ad oggi non sappiamo per quanto tempo si fermeranno i tre ragazzi. L’alloggio non è certamente pensato come una dimora fissa, ma come luogo per rispondere in modo immediato almeno ai bisogni primari o di chi è stato costretto a lasciare il proprio paese o magari a ragazzi a rischio, che divenuti maggiorenni, non possono più stare in Casa famiglia e non hanno ancora un posto dove andare. Siamo molto contenti di poter dire, che grazie al nostro aiuto, i tre ragazzi accolti, hanno già iniziato a lavorare presso alcuni ristoranti locali. Questo permette loro di cominciare a integrarsi nel nostro territorio. Una storia inizia con don Bosco e che continua .
