Ha preso il via in questi giorni il progetto “Don Bosco a scuola”, ideato e realizzato dall’Oratorio Salesiano di Corigliano d’Otranto (LE), che tra le varie proposte prevede anche quella di coinvolgere i minori extracomunitari ospiti della Comunità Educativa “D. Savio”.
La finalità di questa iniziativa, pensata come fase preparatoria alla Festa di Don Bosco, è quella di educare i ragazzi che frequentano le scuole di Corigliano d’Otranto alla cultura dell’integrazione, intesa come capacità di accettare l’altro quale parte della propria comunità.
Rabbi e Shohel, provenienti dal Bangladesh, e Alpha, originario del Gambia, sono stati i protagonisti di queste giornate, portando la propria testimonianza ai ragazzi delle scuole. Durante i diversi incontri di queste mattine, hanno potuto fare la conoscenza degli studenti e raccontare le proprie storie di vita. Hanno parlato delle motivazioni che li hanno spinti a lasciare la propria nazione e i propri legami per provare a costruire un futuro in Europa, delle avversità incontrate nel corso degli spostamenti effettuati nel tentativo di raggiungere le coste italiane e delle difficoltà avute nei primi periodi trascorsi in Italia, legate al problematico approccio che ognuno di noi vive quando si trova in un ambiente culturale differente rispetto a quello che gli è proprio.
Gli alunni delle scuole, dal canto loro, hanno dimostrato interesse nei confronti delle storie dei nostri giovani, intervenendo spesso per approfondire alcuni temi o per soddisfare le curiosità che nascevano durante l’ascolto, come per esempio quelle legate alle differenze linguistiche tra le culture.
Un’iniziativa certamente ben riuscita, che ha coinvolto i ragazzi della Comunità ma soprattutto i giovani studenti delle scuole e che ha visto gli animatori dell’Oratorio fortemente impegnati in questo percorso, motivati dalla certezza che l’integrazione è data dall’unione attraverso la socializzazione.
E’ seguendo questa strada che la comprensione dell’altro può portare a percepire le differenze e le diversità culturali come un valore positivo di cui nutrirsi per poter crescere e migliorare e non come un fattore discriminante.
Nicola Portaluri




Dalla festa di don Bosco, la Casa canonica è diventata casa di accoglienza per tre giovani migranti. Succede a Torre Annunziata e la canonica in questione è quella della parrocchia Santa Maria del Carmelo, affidata ai salesiani presenti nella città oplontina fin dal 1929 e divenuti, nel corso degli anni, un punto di riferimento significativo per tantissimi giovani della città e per tutto l’ambiente cittadino, dal punto di vista spirituale, ma anche civile e sociale. Quest’idea è nata nel settembre 2015, dopo aver ascoltato le parole di Papa Francesco: “Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere prossimi dei più piccoli e abbandonati. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario ospiti una famiglia”. Da queste parole, abbiamo trovato l’ispirazione per il nostro progetto. Vogliamo rispondere concretamente all’appello del Papa, in continuità con quanto già cerchiamo di fare quotidianamente: accogliere gli ultimi, fare attenzione alla marginalità attraverso l’oratorio e la casa famiglia. Qui in parrocchia avevamo la casa canonica disabitata, e quindi abbiamo pensato di arredarla per aprirla a chi ha bisogno. Così l’abbiamo ribattezzata “Casa del Carmelo” ed é iniziata quest’avventura. Insieme alla comunità parrocchiale, abbiamo voluto rispondere fattivamente. Proprio la reazione dei parrocchiani ci ha un po’ stupito, non ci aspettavo tanta generosità. All’inizio eravamo un po’ scettici, ci sembrava un obiettivo troppo difficile da realizzare. Quando abbiamo deciso di usare la casa canonica per ospitare chi ha necessità, c’era l’urgenza di fare dei piccoli lavori nell’abitazione e arredare l’appartamento. Ora incredibilmente siamo in una situazione per la quale abbiamo più mobili dello stretto necessario, le persone hanno risposto con immenso altruismo. Siamo un territorio dotato di grande spirito di accoglienza. Ad oggi non sappiamo per quanto tempo si fermeranno i tre ragazzi. L’alloggio non è certamente pensato come una dimora fissa, ma come luogo per rispondere in modo immediato almeno ai bisogni primari o di chi è stato costretto a lasciare il proprio paese o magari a ragazzi a rischio, che divenuti maggiorenni, non possono più stare in Casa famiglia e non hanno ancora un posto dove andare. Siamo molto contenti di poter dire, che grazie al nostro aiuto, i tre ragazzi accolti, hanno già iniziato a lavorare presso alcuni ristoranti locali. Questo permette loro di cominciare a integrarsi nel nostro territorio. Una storia inizia con don Bosco e che continua .
