Una mamma con le lacrime agli occhi, che non smette di ripetere “Allahu Akbar”, Dio è grande. E’ la prima volta che sente al telefono, suo figlio Ibrahim. Il ragazzo, a sua volta, non riesce a trattenere le lacrime dopo aver riascoltato la voce rassicurante di sua madre. Un grido di lode a Dio che ha ancora più significato, dopo quel maledetto aprile del 2011, che ha segnato il viaggio senza ritorno dell’altro figlio maggiore, partito insieme al cugino. Il ragazzo, infatti, dopo essersi imbarcato su un gommone in partenza dall’Egitto insieme ad altri 250 migranti, visse una tremenda avventura di 20 giorni, incessantemente trasportato dalle onde del mare. Quando intravide una nave mercantile all’orizzonte, si accese in lui la speranza, ma proprio durante il passaggio dalla precaria imbarcazione, alla solida nave, le forze vennero meno, ed ancora una volta fu il Mediterraneo ad avere la meglio. Fortunatamente a lieto fine invece la storia del fratello sedicenne, sbarcato ieri a Salerno. Ibrahim anche lui su un gommone, è partito in cerca di salvezza insieme ad altri connazionali, ma quando la nave mercantile norvegese li ha avvistati in mare, in lui è riaffiorato il triste ricordo della tremenda fine del suo stretto parente, morto in simili circostanze, come raccontato dal cugino.
Il giovane egiziano proviene, da un piccolo villaggio, dove la vita non è mai stata facile. L’energia elettrica è presente solo per poche ore al giorno e l’acqua, alle volte è un miraggio. Spesso, per averne a disposizione, lui e i suoi familiari erano costretti a raggiungere un pozzo, distante centinaia di metri. Nonostante la tragica esperienza del fratello maggiore, povertà, mancanza di sicurezza, e aspettative future quasi nulle, hanno spinto la famiglia di Ibrahim a pagare ai mercenari di vite umane, l’ingente somma di 3000 euro, ricavata solo vendendo gran parte di ciò che avevano in possesso, compreso il loro piccolo terreno, e gli animali presenti: naturalmente unica fonte di sostentamento. Sceso dalla nave, insieme ad altre 545 migranti, di cui 41 minorenni, Ibrahim, è rimasto seduto nel porto mercantile di Salerno, nell’attesa di riascoltare la voce della madre, e nella speranza di poter adesso crescere in sicurezza, per assicurarsi un futuro dignitoso. In compagnia di Mohamed ed Ahmed, altri due minori egiziani sbarcati ieri nella cittadina campana, Ibrahim, è stato accolto già ieri primo aprile, nella comunità educativa salesiana per minori, “16 Agosto” di Bari, gestita dall’ associazione Piccoli Passi Grandi Sogni. Un evento eccezionale, avvenuto forse non a caso, in una data speciale. Ieri infatti, si festeggiava l’82° anniversario della canonizzazione di Don Bosco, che dopo tanti anni, continua a tenere aperte le porte di casa sua, per accogliere giovani in difficoltà: adesso, in futuro, come allora.
Don Antonio Carbone


Dalla festa di don Bosco, la Casa canonica è diventata casa di accoglienza per tre giovani migranti. Succede a Torre Annunziata e la canonica in questione è quella della parrocchia Santa Maria del Carmelo, affidata ai salesiani presenti nella città oplontina fin dal 1929 e divenuti, nel corso degli anni, un punto di riferimento significativo per tantissimi giovani della città e per tutto l’ambiente cittadino, dal punto di vista spirituale, ma anche civile e sociale. Quest’idea è nata nel settembre 2015, dopo aver ascoltato le parole di Papa Francesco: “Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere prossimi dei più piccoli e abbandonati. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario ospiti una famiglia”. Da queste parole, abbiamo trovato l’ispirazione per il nostro progetto. Vogliamo rispondere concretamente all’appello del Papa, in continuità con quanto già cerchiamo di fare quotidianamente: accogliere gli ultimi, fare attenzione alla marginalità attraverso l’oratorio e la casa famiglia. Qui in parrocchia avevamo la casa canonica disabitata, e quindi abbiamo pensato di arredarla per aprirla a chi ha bisogno. Così l’abbiamo ribattezzata “Casa del Carmelo” ed é iniziata quest’avventura. Insieme alla comunità parrocchiale, abbiamo voluto rispondere fattivamente. Proprio la reazione dei parrocchiani ci ha un po’ stupito, non ci aspettavo tanta generosità. All’inizio eravamo un po’ scettici, ci sembrava un obiettivo troppo difficile da realizzare. Quando abbiamo deciso di usare la casa canonica per ospitare chi ha necessità, c’era l’urgenza di fare dei piccoli lavori nell’abitazione e arredare l’appartamento. Ora incredibilmente siamo in una situazione per la quale abbiamo più mobili dello stretto necessario, le persone hanno risposto con immenso altruismo. Siamo un territorio dotato di grande spirito di accoglienza. Ad oggi non sappiamo per quanto tempo si fermeranno i tre ragazzi. L’alloggio non è certamente pensato come una dimora fissa, ma come luogo per rispondere in modo immediato almeno ai bisogni primari o di chi è stato costretto a lasciare il proprio paese o magari a ragazzi a rischio, che divenuti maggiorenni, non possono più stare in Casa famiglia e non hanno ancora un posto dove andare. Siamo molto contenti di poter dire, che grazie al nostro aiuto, i tre ragazzi accolti, hanno già iniziato a lavorare presso alcuni ristoranti locali. Questo permette loro di cominciare a integrarsi nel nostro territorio. Una storia inizia con don Bosco e che continua .
