Avete mai pensato al fatto che in qualsiasi parte del mondo, in questo momento, c’è qualcuno che sta aspettando l’arrivo di qualcun’altro?

Beh, in una casa-famiglia “ATTENDERE” è uno di quei verbi che accompagna tutto lo svolgimento di una giornata. Si attende che siano tutti a casa per pranzare o cenare assieme, che i ragazzi ritornino dalle attività a cui prendono parte, si attendono decisioni belle e brutte, si attendono sentenze, documentazioni, si attende la propria famiglia che viene a farti visita o anche una semplice telefonata, ma più di ogni cosa si è sempre in attesa dell’arrivo di nuovo ragazzo; quando poi l’attesa riguarda l’arrivo del primo accolto in assoluto, poco dopo l’apertura di una nuova casa famiglia, quell’attesa ha un sapore tutto speciale.
Giovedì 26 Maggio ci ha contattato il Comune di Brindisi, dicendoci di presentarci il giorno dopo in sede, più precisamente al CARA, il centro accoglienza, per incontrare i due minori stranieri che sarebbero stati i nostri primi due ospiti. Per quanto ci si possa preparare, non ci si sente mai realmente pronti, quante domande ci siamo fatti nella riunione d’equipe precedente all’ingresso e nel viaggio verso di loro e quante ce ne facciamo anche oggi e chissà quante ancora ce ne porremo per ogni nuovo ragazzo che arriverà. Come si chiameranno? Saranno spaventati? Preoccupati? Rispetteranno le regole del vivere in comunità? Parleranno la nostra lingua? Cosa ci aspetta a Brindisi?
Qualsiasi domanda ognuno di noi si sia posto, non era sicuramente pronto emotivamente alla forte sensazione provata messi al cospetto di questa imponente struttura militare, presidiata da militari, al cui interno un centinaio di minori erano in attesa di essere smistati in diversi enti, vestiti tutto allo stesso modo, una magliettina a righe bianca, gialla e nera e una sacca bianca con quei pochi effetti personali rimasti in loro possesso, e che per certo si stavano ponendo almeno il doppio delle domande che ci siamo posti noi. Ognuno di loro aveva un numero e alla chiamata di questo numero ogni volta c’era un gran vociare, facevano passa parola tra loro, fino a quando uno alla volta si presentavano al cospetto dei responsabili che erano lì per prenderli in affido, per poi partire.
“Numero 123 e 131” ha urlato un militare, sembrava stessimo giocando a ruba bandiera e invece ecco lì, due ragazzini spaventati, ci dicono i loro nomi, entrano con noi in auto, guardano fuori dal finestrino, uno da un lato e l’altro dal lato opposto, e poi un lungo silenzio fino all’arrivo a Foggia. Cosa staranno pensando? Se la loro terra li ha costretti ad andare via, questa nuova terra “dei sogni”, che li ha spinti ad un viaggio così duro, sarà pronta ad ospitarli? Riuscirà a garantirgli ciò che desiderano per il loro avvenire? Forse stavano pensando a questo?
E così il 27 Maggio 2022, CasaGio ha avuto il grandissimo dono di poter ospitare, non uno, ma ben due ragazzi per la prima volta. Ad accoglierci in casa-famiglia a Foggia abbiamo trovato Don Antonio e altri operatori, la tensione sembrava sciogliersi un po’ alla volta, ma mai completamente fino a quando non sono riusciti a comunicare con noi senza ostacoli grazie ad una mediatrice linguistica.

Ibrahima parla francese, Aliou parla solo il Malinga, la lingua della sua terra, così Ibrahima traduce per noi. Ibrahima ed Aliou vengono dalla Guinea, hanno 17 anni, ci hanno raccontato la loro storia, della loro famiglia, ci hanno raccontato del loro viaggio verso l’Italia durato per entrambi tra i due e tre anni. Di quanto sia stato duro il viaggio via terra, “ci siamo sentiti come pecore” ha detto Ibrahima, e ancora più duro quello per mare, su un’imbarcazione in cui erano circa 470 persone, su quella stessa imbarcazione dove dopo tanti sacrifici Ibra e Aliou si sono incontrati per la prima volta. Ci hanno raccontato dello sbarco e delle tappe fatte in Italia prima di raggiungere il CARA, della quarantena e dei controlli medici e militari a cui sono stati sottoposti. Ci hanno raccontato di come si sono sentiti vuoti e spaesati il giorno dello smistamento, perché non sapevano a cosa andassero incontro, chi fossero le persone che erano andate a prenderli, sconosciuti che li avrebbero portati chissà dove; hanno espresso la necessità d comunicare con le loro famiglie o amici, per dire che erano in Italia e soprattutto che erano vivi. Aliou non sentiva nessuno da più di due mesi.
È stato un incontro duro, pieno di domande e dubbi espressi nei nostri confronti, gli è stato spiegato dove si trovano e il perché, avevano il timore di sentirsi reclusi, ancora, ma hanno poi capito che tutto ciò che faremo con loro e per loro ha come unica finalità l’inserimento nella società, una formazione alla vita che affronteranno poi in autonomia. Ci hanno parlato del loro desiderio di parlare la nostra lingua fluentemente in sei mesi, di andare a scuola e di trovare un lavoro, di ottenere i documenti per vivere in regola nel nostro paese, la voglia di visitare l’Italia. Ibrahima vorrebbe diventare dottore, Aliou non ha ben chiaro ancora cosa vorrà essere, per il momento per lui l’importante è che gli sia garantito un futuro migliore. Dopo le procedure d’inserimento e il colloquio, ma soprattutto dopo le telefonate alle loro famiglie abbiamo percepito un netto cambio d’umore, si sentivano decisamente più rilassati. Quella stessa sera abbiamo canato insieme con tutta l’equipe.
È passata ormai una settimana, con la nostra lingua stanno facendo dei passi da gigante, grazie alla scuola che hanno iniziato a frequentare e alle amicizie che hanno subito stretto nel cortile dell’oratorio. Si sono sentiti accolti e ripetono spesso “mi piace l’Italia”. Sono grati, disponibili e si attengono al rispetto delle regole comunitarie. CasaGio ora è la loro casa e le persone che la abitano e la vivono, la loro nuova famiglia.
Per tanti la nostra, sarà una semplice casa di periferia, per chi la vive però è posizionata proprio al CENTRO, al centro del cuore.
Renzo Piano una volta disse che “la periferia è una fabbrica di idee, è la città del futuro”, io credo che le idee siano fatte di sogni e speranze, che il futuro si costruisca con impegno e sacrificio.
CasaGio nasce da un’idea condivisa, in una periferia arida di sogni e speranze, vissuta da persone che si sono sentite ai margini di una società che li ha messi a dura prova.
CasaGio guarda al futuro, ad un futuro lontano ricco di desideri, ma anche ad un futuro più vicino, quello che coinvolge ogni ragazzo che è stato o che sarà accolto.
CasaGio è una casa con vista Don Bosco, sul cuore.



Dalla festa di don Bosco, la Casa canonica è diventata casa di accoglienza per tre giovani migranti. Succede a Torre Annunziata e la canonica in questione è quella della parrocchia Santa Maria del Carmelo, affidata ai salesiani presenti nella città oplontina fin dal 1929 e divenuti, nel corso degli anni, un punto di riferimento significativo per tantissimi giovani della città e per tutto l’ambiente cittadino, dal punto di vista spirituale, ma anche civile e sociale. Quest’idea è nata nel settembre 2015, dopo aver ascoltato le parole di Papa Francesco: “Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere prossimi dei più piccoli e abbandonati. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario ospiti una famiglia”. Da queste parole, abbiamo trovato l’ispirazione per il nostro progetto. Vogliamo rispondere concretamente all’appello del Papa, in continuità con quanto già cerchiamo di fare quotidianamente: accogliere gli ultimi, fare attenzione alla marginalità attraverso l’oratorio e la casa famiglia. Qui in parrocchia avevamo la casa canonica disabitata, e quindi abbiamo pensato di arredarla per aprirla a chi ha bisogno. Così l’abbiamo ribattezzata “Casa del Carmelo” ed é iniziata quest’avventura. Insieme alla comunità parrocchiale, abbiamo voluto rispondere fattivamente. Proprio la reazione dei parrocchiani ci ha un po’ stupito, non ci aspettavo tanta generosità. All’inizio eravamo un po’ scettici, ci sembrava un obiettivo troppo difficile da realizzare. Quando abbiamo deciso di usare la casa canonica per ospitare chi ha necessità, c’era l’urgenza di fare dei piccoli lavori nell’abitazione e arredare l’appartamento. Ora incredibilmente siamo in una situazione per la quale abbiamo più mobili dello stretto necessario, le persone hanno risposto con immenso altruismo. Siamo un territorio dotato di grande spirito di accoglienza. Ad oggi non sappiamo per quanto tempo si fermeranno i tre ragazzi. L’alloggio non è certamente pensato come una dimora fissa, ma come luogo per rispondere in modo immediato almeno ai bisogni primari o di chi è stato costretto a lasciare il proprio paese o magari a ragazzi a rischio, che divenuti maggiorenni, non possono più stare in Casa famiglia e non hanno ancora un posto dove andare. Siamo molto contenti di poter dire, che grazie al nostro aiuto, i tre ragazzi accolti, hanno già iniziato a lavorare presso alcuni ristoranti locali. Questo permette loro di cominciare a integrarsi nel nostro territorio. Una storia inizia con don Bosco e che continua .
