A volte basta un pallone, un campo e la voglia di stare insieme per creare qualcosa che va ben oltre una semplice partita di calcio.
È quello che è successo quando ragazzi appartenenti alla vecchia e alla nuova comunità si sono incontrati sul campo insieme ai giovani del vecchio e del nuovo Servizio Civile, aprendo le porte anche ai ragazzi provenienti da altre comunità.
Un incontro semplice, nato quasi spontaneamente, ma capace di mettere insieme storie, percorsi e culture differenti.
Sul campo non c’erano etichette, ruoli o appartenenze. C’erano ragazzi. Ragazzi italiani e stranieri, giovani che vivono realtà diverse, persone che magari non si erano mai incontrate prima e che, attraverso una partita, hanno avuto la possibilità di conoscersi, confrontarsi e condividere un momento di normalità.

Il calcio, in questo caso, è diventato un linguaggio comune. Un linguaggio che non ha bisogno di traduzioni: basta un passaggio, un assist, una risata dopo un gol, una stretta di mano a fine partita. E così, per qualche ora, le differenze sono rimaste fuori dal campo.
La vecchia comunità ha incontrato la nuova, chi ha vissuto un determinato percorso ha potuto ritrovare volti e ricordi, mentre chi è arrivato più recentemente ha avuto l’opportunità di sentirsi parte di una storia che continua.
Lo stesso è accaduto con il Servizio Civile: vecchi e nuovi volontari si sono ritrovati, condividendo non soltanto un’attività sportiva, ma anche il senso di un’esperienza che, in modi diversi, li ha portati a vivere la comunità e a conoscere le storie dei ragazzi.
A rendere ancora più significativo l’incontro è stata la presenza di ragazzi provenienti da altre comunità, che hanno contribuito a trasformare quella che poteva essere una semplice partita in un vero momento di apertura e di condivisione.
Perché una comunità non è soltanto il luogo in cui si vive. È anche la capacità di aprirsi agli altri, di creare ponti e di permettere a persone con percorsi differenti di incontrarsi.
E forse è proprio questo il significato più bello di quella partita: non c’era una squadra contro un’altra, ma tante storie che giocavano insieme.
Lo sport ha fatto da ponte. Ha permesso ai ragazzi di stare insieme senza che le differenze culturali, linguistiche o legate alle proprie esperienze diventassero un ostacolo.
Anzi, quelle differenze sono diventate parte della ricchezza dell’incontro.
In un contesto educativo, momenti come questo assumono un valore particolare. Perché educare significa anche creare occasioni in cui i ragazzi possano sperimentare la relazione, il rispetto delle regole, la collaborazione, la gestione della vittoria e della sconfitta, ma soprattutto la possibilità di riconoscersi nell’altro. Una partita può durare novanta minuti. Ma ciò che rimane può durare molto di più.
Rimangono i volti, le risate, le nuove conoscenze, il ricordo di aver condiviso qualcosa. Rimane la consapevolezza che, qualche volta, per costruire una relazione non servono grandi progetti: basta creare lo spazio giusto perché le persone possano incontrarsi.
Quel pallone, passato da un ragazzo all’altro, ha attraversato comunità, generazioni di volontari, culture e storie differenti.
E alla fine, più che il risultato della partita, è rimasto un risultato molto più importante: essere riusciti, semplicemente, a stare insieme.
E forse è proprio qui che torna il messaggio di Don Bosco.
Don Bosco aveva compreso che, prima ancora di educare, bisognava esserci. Stare accanto ai ragazzi, condividere i loro momenti, entrare nel loro mondo e creare occasioni in cui potessero sentirsi accolti, riconosciuti e parte di qualcosa.
Il suo modo di educare passava anche dalla semplicità: un gioco, una risata, un campo, una festa, la possibilità di stare insieme.
Quella partita, in fondo, racconta proprio questo. Un pallone è diventato un’occasione per incontrarsi. Un campo è diventato uno spazio di appartenenza. Ragazzi provenienti da comunità diverse sono diventati, per una serata , una sola squadra fatta di persone, storie e culture differenti. Perché, nello spirito di Don Bosco, educare non significa soltanto indicare una strada, ma camminare accanto ai ragazzi mentre imparano a percorrerla. E forse è proprio in momenti semplici come questo che una comunità riesce a esprimere il suo significato più autentico: accogliere, unire e lasciare a ciascuno la sensazione di avere un posto. Perché la partita finisce, il campo si svuota e il pallone torna a riposare. Ma l’incontro rimane. E domani, magari, quel ragazzo che oggi ha condiviso un passaggio con qualcuno che non conosceva, avrà un motivo in più per ricordare che, anche partendo da storie diverse, si può scegliere di giocare dalla stessa parte: quella dello stare insieme.
Anna Pasquariello – Educatrice comunità alloggio “Il Sogno” di Napoli

Dalla festa di don Bosco, la Casa canonica è diventata casa di accoglienza per tre giovani migranti. Succede a Torre Annunziata e la canonica in questione è quella della parrocchia Santa Maria del Carmelo, affidata ai salesiani presenti nella città oplontina fin dal 1929 e divenuti, nel corso degli anni, un punto di riferimento significativo per tantissimi giovani della città e per tutto l’ambiente cittadino, dal punto di vista spirituale, ma anche civile e sociale. Quest’idea è nata nel settembre 2015, dopo aver ascoltato le parole di Papa Francesco: “Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere prossimi dei più piccoli e abbandonati. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario ospiti una famiglia”. Da queste parole, abbiamo trovato l’ispirazione per il nostro progetto. Vogliamo rispondere concretamente all’appello del Papa, in continuità con quanto già cerchiamo di fare quotidianamente: accogliere gli ultimi, fare attenzione alla marginalità attraverso l’oratorio e la casa famiglia. Qui in parrocchia avevamo la casa canonica disabitata, e quindi abbiamo pensato di arredarla per aprirla a chi ha bisogno. Così l’abbiamo ribattezzata “Casa del Carmelo” ed é iniziata quest’avventura. Insieme alla comunità parrocchiale, abbiamo voluto rispondere fattivamente. Proprio la reazione dei parrocchiani ci ha un po’ stupito, non ci aspettavo tanta generosità. All’inizio eravamo un po’ scettici, ci sembrava un obiettivo troppo difficile da realizzare. Quando abbiamo deciso di usare la casa canonica per ospitare chi ha necessità, c’era l’urgenza di fare dei piccoli lavori nell’abitazione e arredare l’appartamento. Ora incredibilmente siamo in una situazione per la quale abbiamo più mobili dello stretto necessario, le persone hanno risposto con immenso altruismo. Siamo un territorio dotato di grande spirito di accoglienza. Ad oggi non sappiamo per quanto tempo si fermeranno i tre ragazzi. L’alloggio non è certamente pensato come una dimora fissa, ma come luogo per rispondere in modo immediato almeno ai bisogni primari o di chi è stato costretto a lasciare il proprio paese o magari a ragazzi a rischio, che divenuti maggiorenni, non possono più stare in Casa famiglia e non hanno ancora un posto dove andare. Siamo molto contenti di poter dire, che grazie al nostro aiuto, i tre ragazzi accolti, hanno già iniziato a lavorare presso alcuni ristoranti locali. Questo permette loro di cominciare a integrarsi nel nostro territorio. Una storia inizia con don Bosco e che continua .
