Una nave di libri per dire no alle Mafie
Un’iniziativa d’impatto, un messaggio forte e chiaro, la voce della Puglia ed in particolare di Bari si fa sentire per dire no alle mafie! Bari Social Boat, è questo il nome della prima imbarcazione confiscata alle mafie e riqualificata nel nome della cultura.

Nella giornata dello scorso 23 novembre, il Centro di Giustizia Minorile, insieme all’Assessorato al Welfare, presso la “Darsena Mar di Levante” di Bari, hanno infatti varato una barca a vela, di precedente proprietà delle cosche mafiose del barese, sulla quale è stata allestita una libreria assortita di testi di ogni genere. Lo scopo di questa iniziativa è la promozione della cultura, intesa come veicolo non soltanto di nuove nozioni, ma come strumento per combattere l’ignoranza, l’analfabetismo di ritorno e l’assenza di educazione, elementi base per lo sviluppo della mentalità criminale.
Un invito speciale è stato rivolto alla comunità educativa “16 Agosto” di Bari, sempre presente in prima linea per le iniziative rivolte allo sviluppo del territorio, della cultura e del sapere. In particolare uno dei nostri ospiti, Demir, ha partecipato in prima persona al restauro di questa imbarcazione ed ha potuto prestare testimonianza per il suo contributo alla realizzazione del progetto.


“Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.” Erano queste le parole di Paolo Borsellino, parole pronunciate ormai quasi trent’anni fa, ma che continuano ad essere più che mai moderne, affinché nessuno possa dimenticare il male che la criminalità ha inflitto e continua ad infliggere alla società, nella speranza che ogni iniziativa, ogni articolo di giornale, ogni trasmissione televisiva possa rappresentare una piccolo tassello verso la distruzione di un mostro che da secoli attanaglia ogni tessuto sociale.
Lorenzo Ursi, Educatore della Comunità “16 Agosto” di Bari

Dalla festa di don Bosco, la Casa canonica è diventata casa di accoglienza per tre giovani migranti. Succede a Torre Annunziata e la canonica in questione è quella della parrocchia Santa Maria del Carmelo, affidata ai salesiani presenti nella città oplontina fin dal 1929 e divenuti, nel corso degli anni, un punto di riferimento significativo per tantissimi giovani della città e per tutto l’ambiente cittadino, dal punto di vista spirituale, ma anche civile e sociale. Quest’idea è nata nel settembre 2015, dopo aver ascoltato le parole di Papa Francesco: “Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere prossimi dei più piccoli e abbandonati. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario ospiti una famiglia”. Da queste parole, abbiamo trovato l’ispirazione per il nostro progetto. Vogliamo rispondere concretamente all’appello del Papa, in continuità con quanto già cerchiamo di fare quotidianamente: accogliere gli ultimi, fare attenzione alla marginalità attraverso l’oratorio e la casa famiglia. Qui in parrocchia avevamo la casa canonica disabitata, e quindi abbiamo pensato di arredarla per aprirla a chi ha bisogno. Così l’abbiamo ribattezzata “Casa del Carmelo” ed é iniziata quest’avventura. Insieme alla comunità parrocchiale, abbiamo voluto rispondere fattivamente. Proprio la reazione dei parrocchiani ci ha un po’ stupito, non ci aspettavo tanta generosità. All’inizio eravamo un po’ scettici, ci sembrava un obiettivo troppo difficile da realizzare. Quando abbiamo deciso di usare la casa canonica per ospitare chi ha necessità, c’era l’urgenza di fare dei piccoli lavori nell’abitazione e arredare l’appartamento. Ora incredibilmente siamo in una situazione per la quale abbiamo più mobili dello stretto necessario, le persone hanno risposto con immenso altruismo. Siamo un territorio dotato di grande spirito di accoglienza. Ad oggi non sappiamo per quanto tempo si fermeranno i tre ragazzi. L’alloggio non è certamente pensato come una dimora fissa, ma come luogo per rispondere in modo immediato almeno ai bisogni primari o di chi è stato costretto a lasciare il proprio paese o magari a ragazzi a rischio, che divenuti maggiorenni, non possono più stare in Casa famiglia e non hanno ancora un posto dove andare. Siamo molto contenti di poter dire, che grazie al nostro aiuto, i tre ragazzi accolti, hanno già iniziato a lavorare presso alcuni ristoranti locali. Questo permette loro di cominciare a integrarsi nel nostro territorio. Una storia inizia con don Bosco e che continua .
