Per molti il 2020 è stato l’anno terribile della pandemia. Per noi è stato l’anno del Servizio Civile Universale.
Abbiamo iniziato con il botto, gruppo di fuoco, ritardatario alle riunioni di formazione generale, rumoroso e un po’ indisciplinato. Ad oggi ridiamo insieme pensando al giorno delle selezioni al Don Bosco a Napoli, nessuno di noi sapeva che sarebbe stata una predizione. Quel gruppo compatto, sempre sorridente e un po’ folle, ieri ha terminato il suo percorso come SCU ma non smetterà mai di esserlo perché questa esperienza ti segna ma soprattutto ti insegna:
Impari il lavoro, i ruoli, il rispetto di turni e regole, perché sei fondamentale, in quel momento, per fare quella commissione, per qualcuno che da solo non potrebbe. Così indirettamente impari il senso di responsabilità.
Impari che ci sono realtà diverse dalla tua, che sei fortunato, che devi essere grato e puoi farlo aiutando l’altro. Così impari ad apprezzare e a dare valore ciò che hai.
Impari che, in tempo di Covid, dietro al lavoro dei salesiani c’è un lavoro continuo, un via vai di solidarietà, raccolte alimentari, distribuzione di medicinali, formazione, un lavoro che non si ferma nemmeno per una pandemia. Così impari il sacrificio e conosci vicoli e palazzi fatiscenti dove porti un piccolo aiuto in contesti di miseria che nemmeno immaginavi presenti nella tua Città.
Impari che dietro ogni ragazzo della casa famiglia c’è tanto tanto dolore, così non ti importa più sapere cosa è giusto o meritato, capisci che il dolore, in ogni sua forma è dolore, e pertanto va rispettato. Così impari ad ascoltare e a non giudicare.
Impari che dietro al buon funzionamento lavorativo ci sono tanti errori e che il cambiamento avviene a piccoli passi, con l’aiuto di tutti e accogliendo le varie proposte. Così impari ad aspettare.
Impari che anche il ragazzo più difficile e diffidente ha bisogno di amore e di qualcuno che creda in lui. Così impari la gentilezza.
Impari che se non hai una famiglia puoi creartela o che se ne hai una lontana, puoi averne un’altra vicina. Così impari a creare la tua felicità e a realizzare i tuoi sogni.
Impari a relazionarti con persone e ragazzi molto diverse da te, alcune più affini, altre meno, impari a conoscerli e a farti conoscere per quel che sei. Così dopo un anno impari la tolleranza e il rispetto.
Infondo è così che il servizio civile ci segna e insegna, attraverso l’esperienza diretta, per renderci un po’ più pronti per affrontare il futuro consapevoli che tornando qui ci sarà: “finalmente una casa per te“.
Gli operatori volontari servizio civile case famiglia di Torre Annunzia (NA)




Dalla festa di don Bosco, la Casa canonica è diventata casa di accoglienza per tre giovani migranti. Succede a Torre Annunziata e la canonica in questione è quella della parrocchia Santa Maria del Carmelo, affidata ai salesiani presenti nella città oplontina fin dal 1929 e divenuti, nel corso degli anni, un punto di riferimento significativo per tantissimi giovani della città e per tutto l’ambiente cittadino, dal punto di vista spirituale, ma anche civile e sociale. Quest’idea è nata nel settembre 2015, dopo aver ascoltato le parole di Papa Francesco: “Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere prossimi dei più piccoli e abbandonati. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario ospiti una famiglia”. Da queste parole, abbiamo trovato l’ispirazione per il nostro progetto. Vogliamo rispondere concretamente all’appello del Papa, in continuità con quanto già cerchiamo di fare quotidianamente: accogliere gli ultimi, fare attenzione alla marginalità attraverso l’oratorio e la casa famiglia. Qui in parrocchia avevamo la casa canonica disabitata, e quindi abbiamo pensato di arredarla per aprirla a chi ha bisogno. Così l’abbiamo ribattezzata “Casa del Carmelo” ed é iniziata quest’avventura. Insieme alla comunità parrocchiale, abbiamo voluto rispondere fattivamente. Proprio la reazione dei parrocchiani ci ha un po’ stupito, non ci aspettavo tanta generosità. All’inizio eravamo un po’ scettici, ci sembrava un obiettivo troppo difficile da realizzare. Quando abbiamo deciso di usare la casa canonica per ospitare chi ha necessità, c’era l’urgenza di fare dei piccoli lavori nell’abitazione e arredare l’appartamento. Ora incredibilmente siamo in una situazione per la quale abbiamo più mobili dello stretto necessario, le persone hanno risposto con immenso altruismo. Siamo un territorio dotato di grande spirito di accoglienza. Ad oggi non sappiamo per quanto tempo si fermeranno i tre ragazzi. L’alloggio non è certamente pensato come una dimora fissa, ma come luogo per rispondere in modo immediato almeno ai bisogni primari o di chi è stato costretto a lasciare il proprio paese o magari a ragazzi a rischio, che divenuti maggiorenni, non possono più stare in Casa famiglia e non hanno ancora un posto dove andare. Siamo molto contenti di poter dire, che grazie al nostro aiuto, i tre ragazzi accolti, hanno già iniziato a lavorare presso alcuni ristoranti locali. Questo permette loro di cominciare a integrarsi nel nostro territorio. Una storia inizia con don Bosco e che continua .
