
Il teatro ha storicamente avuto un ruolo educativo, oltre che di intrattenimento per lo spettatore. E lo ha avuto perché è uno strumento che permette di interessare l’attore in maniera globale, chiamando in causa la sfera corporea e gestuale, la lingua e i linguaggi, le esperienze e le emozioni proprie di ognuno dei soggetti coinvolti.
Teatro come pedagogia ma anche come terapia. La concezione del teatro quale strumento terapeutico assume un valore ancora maggiore qualora faccia riferimento a quelle che abbiamo definito istituzioni totali grazie a Goffman, il sociologo che più di ogni altro ha studiato i meccanismi che operano all’interno di strutture come il carcere, l’ospedale psichiatrico, etc. Attraverso la rappresentazione scenica di fatti ed emozioni personali, quindi in un luogo altro, diverso rispetto a quello in cui scorre la quotidianità, il teatro ( e la drammaturgia in particolare) riesce a fare in modo che l’attore interiorizzi le proprie esperienze di vita e riesca in questo modo ad accettarle e superarle positivamente.
Questo è ciò che da diversi anni l’associazione Io ci provo si propone di realizzare all’interno della casa circondariale “Borgo San Nicola” di Lecce, attraverso la proposta di laboratori teatrali che rendano partecipi gli stessi detenuti, i quali diventano protagonisti principali della rappresentazione teatrale occupando così il centro della scena. Allo stesso tempo la compagnia Io ci provo si propone di riportare al centro della scena cittadina la stessa istituzione carceraria, con l’obiettivo di renderla parte integrante del tessuto urbano affinchè non venga più intesa e vissuta come un corpo estraneo con cui si è costretti a convivere ma come luogo di ri-educazione e di ri-abilitazione che chiama i cittadini a svolgere un ruolo attivo e consapevole. Il teatro viene in questo modo visto come uno degli strumenti che possono fungere da collante tra l’istituzione e il contesto sociale di appartenenza.
E’ con questo spirito e spinti da grande entusiasmo che i ragazzi e gli operatori della Comunità Educativa “D. Savio” hanno deciso di partecipare in qualità di spettatori alla rappresentazione PPP. Passione, Prigione, Pietà che la compagnia teatrale ha realizzato in questi mesi. Ispirata a Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini, è un omaggio allo stesso intellettuale e al suo romanzo. La peculiarità della messa in scena sta nel fatto che lo spettatore non si trova seduto in platea ad assistere allo sviluppo di una trama come avviene nella concezione classica del teatro, ma è chiamato in causa direttamente; è lo spettatore che si muove, si sposta, cambiando di volta in volta palcoscenico ed essendo quasi chiamato ad entrare in scena e a convivere negli stessi spazi anche se per pochi minuti, a prendere parte alla storia e a condividere le emozioni con gli stessi attori i quali a loro volta raccontano in chiave drammaturgica le proprie esperienze di vita che in qualche modo li hanno segnati. Un percorso itinerante che ha coinvolto tutti noi e che ci ha invitati a riflettere, permettendo ai nostri ragazzi di entrare in contatto con un ambiente solitamente inaccessibile e di trascorrere e condividere momenti intensi con gli attori che hanno realizzato questo bellissimo spettacolo.

Dalla festa di don Bosco, la Casa canonica è diventata casa di accoglienza per tre giovani migranti. Succede a Torre Annunziata e la canonica in questione è quella della parrocchia Santa Maria del Carmelo, affidata ai salesiani presenti nella città oplontina fin dal 1929 e divenuti, nel corso degli anni, un punto di riferimento significativo per tantissimi giovani della città e per tutto l’ambiente cittadino, dal punto di vista spirituale, ma anche civile e sociale. Quest’idea è nata nel settembre 2015, dopo aver ascoltato le parole di Papa Francesco: “Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere prossimi dei più piccoli e abbandonati. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario ospiti una famiglia”. Da queste parole, abbiamo trovato l’ispirazione per il nostro progetto. Vogliamo rispondere concretamente all’appello del Papa, in continuità con quanto già cerchiamo di fare quotidianamente: accogliere gli ultimi, fare attenzione alla marginalità attraverso l’oratorio e la casa famiglia. Qui in parrocchia avevamo la casa canonica disabitata, e quindi abbiamo pensato di arredarla per aprirla a chi ha bisogno. Così l’abbiamo ribattezzata “Casa del Carmelo” ed é iniziata quest’avventura. Insieme alla comunità parrocchiale, abbiamo voluto rispondere fattivamente. Proprio la reazione dei parrocchiani ci ha un po’ stupito, non ci aspettavo tanta generosità. All’inizio eravamo un po’ scettici, ci sembrava un obiettivo troppo difficile da realizzare. Quando abbiamo deciso di usare la casa canonica per ospitare chi ha necessità, c’era l’urgenza di fare dei piccoli lavori nell’abitazione e arredare l’appartamento. Ora incredibilmente siamo in una situazione per la quale abbiamo più mobili dello stretto necessario, le persone hanno risposto con immenso altruismo. Siamo un territorio dotato di grande spirito di accoglienza. Ad oggi non sappiamo per quanto tempo si fermeranno i tre ragazzi. L’alloggio non è certamente pensato come una dimora fissa, ma come luogo per rispondere in modo immediato almeno ai bisogni primari o di chi è stato costretto a lasciare il proprio paese o magari a ragazzi a rischio, che divenuti maggiorenni, non possono più stare in Casa famiglia e non hanno ancora un posto dove andare. Siamo molto contenti di poter dire, che grazie al nostro aiuto, i tre ragazzi accolti, hanno già iniziato a lavorare presso alcuni ristoranti locali. Questo permette loro di cominciare a integrarsi nel nostro territorio. Una storia inizia con don Bosco e che continua .
