La musica è senz’altro una componente che accompagna costantemente la vita di ognuno di noi. Per i giovani è tutto e accompagna molti momenti delle loro giornate. La mattina, cuffiette nelle orecchie e via di corsa a scuola mentre la musica preferita mette il buon umore e dà la carica per affrontare le ore scolastiche.
Non c’è più un momento specifico per fermarsi ad ascoltarla, oggi la musica è la colonna sonora della nostra vita. La musica piace, diverte, fa sognare, conforta ed è una delle prime cose che impariamo ad apprezzare.
La musica è quello che noi vogliamo che sia: vita, amore, rabbia, forza, gioia, allegria…è tutto e niente. Per i giovani è una medicina senza effetti collaterali perché rilassa nei momenti di crisi di ansia ed aiuta a concentrarsi. Spesso i giovani usano la musica come un metodo per evadere dalla monotonia della routine quotidiana; cercano nella musica un mondo irreale per sottrarsi alle sofferenze, alle difficoltà e ai problemi. Si rifugiano nella musica perché essa offre un riparo inviolabile dove la società ostile non può penetrare. La musica diventa una casa, la nostra casa in cui possiamo liberamente entrare e uscire.

Da questi spunti di riflessione, sull’importanza della musica, nasce l’iniziativa della comunità “16 Agosto” di Bari di offrire ai propri ragazzi la possibilità di fare musica, di veicolare le loro emozioni attraverso le corde di una chitarra. A rendere possibile ciò è stato Don Massimo, che ha deciso di mettere a disposizione dei nostri ospiti gli strumenti e le conoscenze in un laboratorio che ha riscosso grande interesse. I ragazzi hanno infatti risposto con entusiasmo a questa possibilità che è stata loro offerta ed hanno subito mostrato di avere ottime capacità di apprendimento e volontà di volerlo fare, di voler esprimersi e raccontarsi nota dopo nota, dando così un valore aggiunto ai loro sentimenti ed alle loro emozioni spesso sopite.
Lorenzo Ursi, Educatore della Comunità 16 Agosto di Bari

Dalla festa di don Bosco, la Casa canonica è diventata casa di accoglienza per tre giovani migranti. Succede a Torre Annunziata e la canonica in questione è quella della parrocchia Santa Maria del Carmelo, affidata ai salesiani presenti nella città oplontina fin dal 1929 e divenuti, nel corso degli anni, un punto di riferimento significativo per tantissimi giovani della città e per tutto l’ambiente cittadino, dal punto di vista spirituale, ma anche civile e sociale. Quest’idea è nata nel settembre 2015, dopo aver ascoltato le parole di Papa Francesco: “Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere prossimi dei più piccoli e abbandonati. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario ospiti una famiglia”. Da queste parole, abbiamo trovato l’ispirazione per il nostro progetto. Vogliamo rispondere concretamente all’appello del Papa, in continuità con quanto già cerchiamo di fare quotidianamente: accogliere gli ultimi, fare attenzione alla marginalità attraverso l’oratorio e la casa famiglia. Qui in parrocchia avevamo la casa canonica disabitata, e quindi abbiamo pensato di arredarla per aprirla a chi ha bisogno. Così l’abbiamo ribattezzata “Casa del Carmelo” ed é iniziata quest’avventura. Insieme alla comunità parrocchiale, abbiamo voluto rispondere fattivamente. Proprio la reazione dei parrocchiani ci ha un po’ stupito, non ci aspettavo tanta generosità. All’inizio eravamo un po’ scettici, ci sembrava un obiettivo troppo difficile da realizzare. Quando abbiamo deciso di usare la casa canonica per ospitare chi ha necessità, c’era l’urgenza di fare dei piccoli lavori nell’abitazione e arredare l’appartamento. Ora incredibilmente siamo in una situazione per la quale abbiamo più mobili dello stretto necessario, le persone hanno risposto con immenso altruismo. Siamo un territorio dotato di grande spirito di accoglienza. Ad oggi non sappiamo per quanto tempo si fermeranno i tre ragazzi. L’alloggio non è certamente pensato come una dimora fissa, ma come luogo per rispondere in modo immediato almeno ai bisogni primari o di chi è stato costretto a lasciare il proprio paese o magari a ragazzi a rischio, che divenuti maggiorenni, non possono più stare in Casa famiglia e non hanno ancora un posto dove andare. Siamo molto contenti di poter dire, che grazie al nostro aiuto, i tre ragazzi accolti, hanno già iniziato a lavorare presso alcuni ristoranti locali. Questo permette loro di cominciare a integrarsi nel nostro territorio. Una storia inizia con don Bosco e che continua .
