Il week-end del 9 e 10 marzo ha visto protagonisti gli adolescenti.
Nella Basilica di San Domenico Savio a Lecce si sono infatti tenute due giornate durante la quali i protagonisti sono stati i ragazzi tra i 14 e i 19 anni. La data scelta cade nell’anniversario della morte di Domenico Savio ed ha avuto come tematica caratterizzante quella della buona stoffa, riprendendo il bellissimo dialogo avvenuto proprio tra il piccolo Domenico Savio e don Bosco nell’ottobre del 1854. Così lo riporta nelle sue memorie:
- “Chi sei, donde vieni?”
- “Io sono Domenico Savio, di cui le ha parlato don Cugliero mio maestro e veniamo da Mondonio. Mi condurrà a Torino per studiare?”
- “Eh! Mi pare che ci sia buona stoffa.”
- “A che può servire questa stoffa?”
- “A fare un bell’abito da regalare al Signore”
- “Dunque io sono la stoffa: lei ne sia il sarto; dunque mi prenda con sé e farà un bell’abito per il Signore”
Da qui, da questo intenso scambio di battute ha preso le mosse l’idea di dare vita ad un campo d’azione in cui potessero confluire idee e testimonianze, uno spazio fisico e culturale ad un tempo in cui dare parola a tutti, in particolar modo a chi avesse avuto esperienze personali da condividere, strettamente legate alla propria buona stoffa, alle proprie potenzialità inespresse, ai propri sogni realizzati o ancora ben nascosti in fondo al cassetto.
La prima emozione l’ha regalata Simona Atzori. Prima di dare sfogo al proprio talento, ha voluto dire qualcosa di sé, raccontando come sia riuscita a diventare pittrice all’età di quattro anni ed entrare poi nel mondo della danza a sei, pur dovendo rinunciare dalla nascita all’ausilio delle due braccia.
Anche i nostri ragazzi – lo sappiamo – hanno qualcosa da raccontare, della buona stoffa con cui realizzare un bell’abito, seppur molto spesso si ha difficoltà a ritagliarla e imbastirla in un modo adatto e confacente.
Tuttavia c’è del buono che talvolta emerge, così la mattinata di domenica 10 marzo è stata dedicata ai nostri giovani, a coloro che avessero della buona stoffa da far toccare con mano agli altri.
Per la Comunità Educativa “D. Savio” di Corigliano d’Otranto (Le) era presente Mario, il quale ha portato la propria testimonianza, la propria esperienza di vita, il proprio cambiamento, la trasformazione vissuta e operata da quando condivide le sue giornate con gli educatori e con gli altri ragazzi accolti dalla nostra Comunità.
Mario ha raccontato di come la sua fosse una difficoltà prevalentemente caratteriale, legata ad un aspetto del suo temperamento che gli riusciva complesso e arduo affrontare e superare, soprattutto nel rapporto con gli altri e con i suoi genitori in particolar modo. E’ stato grazie al suo impegno se è riuscito pian piano a portare avanti un articolato lavoro su sé stesso e sulla propria persona, giungendo gradualmente a migliorarsi e ad affinare quegli aspetti della sua personalità che riteneva più spigolosi. E’ così che sono poi venute fuori le sue qualità e le sue prerogative, permettendogli di dare spazio anche alle sue passioni come il basket e la pittura.
Per la realizzazione di un bell’abito non è quindi sufficiente disporre di una buona stoffa, ma occorre che questa voglia trasformarsi in qualcosa d’altro che non sia un semplice straccio. La stoffa e le potenzialità sono presenti in ognuno ma sono nulla se le difficoltà e le avversità che a volte presenta la vita vengono viste come impedimenti, come limiti impossibili da valicare. Con fiducia, impegno e caparbietà sono superabili. Come sempre ama dire Simona Atzori, i limiti sono negli occhi di chi guarda.
Nicola Portaluri, educatore Comunità educativa “Domenico Savio”


Dalla festa di don Bosco, la Casa canonica è diventata casa di accoglienza per tre giovani migranti. Succede a Torre Annunziata e la canonica in questione è quella della parrocchia Santa Maria del Carmelo, affidata ai salesiani presenti nella città oplontina fin dal 1929 e divenuti, nel corso degli anni, un punto di riferimento significativo per tantissimi giovani della città e per tutto l’ambiente cittadino, dal punto di vista spirituale, ma anche civile e sociale. Quest’idea è nata nel settembre 2015, dopo aver ascoltato le parole di Papa Francesco: “Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere prossimi dei più piccoli e abbandonati. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario ospiti una famiglia”. Da queste parole, abbiamo trovato l’ispirazione per il nostro progetto. Vogliamo rispondere concretamente all’appello del Papa, in continuità con quanto già cerchiamo di fare quotidianamente: accogliere gli ultimi, fare attenzione alla marginalità attraverso l’oratorio e la casa famiglia. Qui in parrocchia avevamo la casa canonica disabitata, e quindi abbiamo pensato di arredarla per aprirla a chi ha bisogno. Così l’abbiamo ribattezzata “Casa del Carmelo” ed é iniziata quest’avventura. Insieme alla comunità parrocchiale, abbiamo voluto rispondere fattivamente. Proprio la reazione dei parrocchiani ci ha un po’ stupito, non ci aspettavo tanta generosità. All’inizio eravamo un po’ scettici, ci sembrava un obiettivo troppo difficile da realizzare. Quando abbiamo deciso di usare la casa canonica per ospitare chi ha necessità, c’era l’urgenza di fare dei piccoli lavori nell’abitazione e arredare l’appartamento. Ora incredibilmente siamo in una situazione per la quale abbiamo più mobili dello stretto necessario, le persone hanno risposto con immenso altruismo. Siamo un territorio dotato di grande spirito di accoglienza. Ad oggi non sappiamo per quanto tempo si fermeranno i tre ragazzi. L’alloggio non è certamente pensato come una dimora fissa, ma come luogo per rispondere in modo immediato almeno ai bisogni primari o di chi è stato costretto a lasciare il proprio paese o magari a ragazzi a rischio, che divenuti maggiorenni, non possono più stare in Casa famiglia e non hanno ancora un posto dove andare. Siamo molto contenti di poter dire, che grazie al nostro aiuto, i tre ragazzi accolti, hanno già iniziato a lavorare presso alcuni ristoranti locali. Questo permette loro di cominciare a integrarsi nel nostro territorio. Una storia inizia con don Bosco e che continua .
